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Dibattito sulla maternità

L’inverno sta arrivando. Non quello della nota serie fantasy “Il Trono di Spade”, ma uno ben più pericoloso e subdolo: la stagione del gelo demografico.

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In Italia la natalità continua a scendere, il tasso di fertilità delle donne è ai minimi storici e la distanza con l’epoca del baby boom assume ormai contorni da era geologica.

Qui non si tratta più di elencare dati e percentuali, mentre la curva dei residenti nel nostro Paese non viene più sostenuta ormai neppure dai flussi migratori. È il momento di dire verità scomode. Un fenomeno come questo, in costante accelerazione da anni, non si inverte in una generazione e neppure in due o tre.

Ammesso che lo si voglia prendere di petto, e non vediamo segnali in tal senso, significa che saremo sempre di meno e sempre più vecchi. Verità banale e terrificante come l’idea stessa di una società gerontocratica, priva della linfa vitale, delle spinte innovative e del coraggio un po’ incosciente propri delle età verdi della vita.

Più prosaicamente, una società destinata a non stare più in piedi, con uno sparuto gruppo di ragazzi e giovani chiamati alla Mission Impossible di pagare le pensioni per tutti. Non avendo alcuna possibilità, ovvio, di vedere mai la propria.

Se anche l’apporto degli immigrati dovesse raffreddarsi, già all’Italia dei nostri figli non resterà che andare a cercarsi in giro per il mondo chi invitare a vivere e lavorare nel nostro Paese, mettendo su famiglia e dando un senso all’idea di futuro degli italiani.

Voltandoci indietro, guarderemo allora con compassione alle polemiche di oggi sui “nuovi italiani” o sulle inesistenti sostituzioni etniche. Ricorderemo quell’Italia distratta e superficiale che preferì concentrarsi su vuoti scontri da talk-show invece di interrogarsi su quali risposte e soprattutto quali servizi assicurare alle famiglie del terzo millennio.

Dovremmo sentire tutti l’urgenza di strappare i giovani all’idea che non si possano conciliare formazione, carriera, aspirazioni personali e (perché no) svago con i figli. Prima che sia troppo tardi. L’alternativa è andare avanti come se nulla fosse, fino a quando non ci troveremo con il non trascurabile problema di sopravvivere come idea di popolo. Scoprendo di aver abdicato all’avventura più bella che ci sia, quella di accompagnare una nuova vita.

 

di Fulvio Giuliani

 

 

Le donne che non vogliono figli sono sempre di più. Gli ultimi dati Istat (pubblicati a novembre 2019) ci dicono che la percentuale di figli per donna è pari all’1,29%: tra le nate nel 1950, le donne senza figli sono circa l’11.1%, mentre per le donne nate nel 1978 si stima che siano il doppio.

Tra i motivi della mancata maternità vi sono problemi di infertilità congeniti, l’assenza di un compagno e motivi economici dovuti all’instabilità della condizione sociale, che portano le donne a non voler prendersi il peso di una responsabilità così importante.

Tante altre, invece, sono a conoscenza da sempre che non vorranno avere figli: sentono che non fa per loro e decidono spontaneamente che la maternità non è e non sarà mai una scelta possibile. È a questo punto che devono fare i conti con gli stereotipi, gli indici puntati e le indelicatezze da parte di una società che tutt’ora fatica a concepire la donna come essere priva di prole.

Il dato interessante è che Paesi come Italia e Spagna, dove la maternità è vista in maniera più tradizionale, i tassi di natalità sono più deboli. Cosa sta succedendo rispetto al passato? Oggi le donne hanno un’identità multipla, non più legata al ruolo esclusivo di madri: sono professioniste, amiche, mogli e abbandonare tutto quello che hanno conquistato risulta difficile. Fin da bambine sono incoraggiate a realizzare sé stesse e a sviluppare interessi personali, aprendosi a infinite possibilità; l’idea della maternità viene concepita dunque come un ostacolo che non lascerebbe più spazio a quelle stesse opportunità.

Come deve comportarsi la società davanti a tale legittima scelta? Il rifiuto della maternità è ancora un tabù e le donne childfree spesso sono viste con diffidenza. Occorre dunque utilizzare un linguaggio consono, evitando anche sguardi tra il sospetto e il pietoso, come a chiedersi qual è la ragione che si cela dietro tale scelta, andando a contrastare così lo stigma sociale che ruota intorno alla libera scelta di queste donne.

 

di Alessia Luceri

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