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Come la nuova “arma” di Putin colpisce un piccolo mugnaio del Friuli Venezia Giulia

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Molino Moras, mulino che nel 2019 ha fatturato 2,5 milioni di euro, è una delle tante realtà che deve fare i conti con il caro grano. Servono politiche tese a calmierare il prezzo del cereale così da tutelare quelle piccole realtà, custodi di un pezzo di storia del nostro paese

Come la nuova “arma” di Putin colpisce un piccolo mugnaio del Friuli Venezia Giulia

Molino Moras, mulino che nel 2019 ha fatturato 2,5 milioni di euro, è una delle tante realtà che deve fare i conti con il caro grano. Servono politiche tese a calmierare il prezzo del cereale così da tutelare quelle piccole realtà, custodi di un pezzo di storia del nostro paese
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Come la nuova “arma” di Putin colpisce un piccolo mugnaio del Friuli Venezia Giulia

Molino Moras, mulino che nel 2019 ha fatturato 2,5 milioni di euro, è una delle tante realtà che deve fare i conti con il caro grano. Servono politiche tese a calmierare il prezzo del cereale così da tutelare quelle piccole realtà, custodi di un pezzo di storia del nostro paese
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“Nei momenti di crisi, ricordatevi che noi facciamo farina e che quindi non dovrete mai preoccuparvi” così ripeteva nonno Vittorio alle sue nipotine. E invece Anna Pantanali, che assieme alla madre e alla sorella gestisce lo storico Molino Moras a Trevignano Udinese (UD), ha tante buone ragioni per essere inquieta: “La mia famiglia possiede questo mulino dal 1905, noi siamo la sesta generazione ma il periodo, ora, è complicatissimo – spiega – e investe tante piccole aziende molitorie che rischiano di scomparire per sempre”.  La pandemia prima, la guerra poi, la siccità ora sono sfide troppo grandi da affrontare tutte assieme se bisogna anche fare i conti con il costo del grano impazzito: a luglio 2021 il prezzo era di 24 euro al quintale, a gennaio 35, 40 euro ora Stesso grano, stesso raccolto.  “A tutto ciò bisogna aggiungere che i mulini, rispetto ad altre realtà del comparto agroalimentare, sono quelle che hanno la redditività più bassa, ferma tra il 2,5-3% – spiega  l’imprenditrice – il grano però non può essere trattato alla stregua delle altre commodity. Parliamo di cibo e non dovrebbero essere le politiche monetarie né la finanza a dettare l’andamento dei prezzi” denuncia.  Doverosa premessa: l’Italia coltiva solo il 40% del grano tenero di cui necessita; l’Europa invece, con il suo 130%, soddisfa appieno il proprio fabbisogno. Ergo, non solo ne abbiamo a sufficienza ma persino da vendere. E allora a cosa si deve questo incontrollato balzo dei prezzi se non a speculazioni dell’ultima ora?  Colpa – che per alcuni è un merito – dell’effetto domino generato dalla guerra che ha fatto aumentare anche i costi della logistica, dei trasporti, dell’ energia elettrica e, non ultimo, dei fertilizzanti. Con il ricatto sul grano, Vladimir Putin sa bene di tenere sotto scacco mezzo mondo. Il cereale, che normalmente salpa dai principali porti del paese come Odessa o Mariupol, è oggi ancora fermo nei silos ucraini quando invece dovrebbe già trovarsi nei paesi più poveri, che normalmente acquistano qui il grano necessario a sfamare milioni di bocche. Se per l’Italia il problema, per ora, è di natura economica, per l’Africa è una questione di vita o di morte. Non serve ricordare che le Primavere arabe sono cominciate proprio per un aumento incontrollato del prezzo del pane. E’ fondamentale che si trovi presto l’accordo per determinare dei corridoi via mare per l’export del grano, non dimenticando mai che anche ridurre un popolo alla fame è da considerarsi un crimine di guerra. Eppure, fino adesso, nessuno tra le istituzioni ha ancora accennato in maniera ferma a un tetto al prezzo del grano. Se ne è parlato per il petrolio, per il gas. Ma non è forse il grano altrettanto importante?  “Il consumatore non è pronto a subire aumenti sulla farina, anche se poi è disposto a pagare un pacchetto di patatine 40 euro al kg. Per il momento stiamo facendo del nostro meglio per aumentare gradualmente i listini e non far ricadere tutti gli aumenti di costo sui nostri clienti” precisa la Pantanali.   Naturalmente non è la prima volta che, nella sua lunga storia, il suo mulino si trova ad affrontare delle difficoltà . “La situazione socio-politica, pur complessa e difficile – aggiunge la titolare – ci sta spronando a cercare nuove alleanze e a consolidare il rapporto con gli agricoltori del nostro territorio. È proprio il profondo legame con la nostra filiera che ci sta aiutando a contrastare il caro grano”. Anna non ha dimenticato i preziosi insegnamenti di nonno Vittorio che amava ripeterle come “la chiave di tutto stia nelle relazioni e nel dialogo”. Chi però non saprà adeguarsi a questa nuova fase del mercato, come invece stanno provando a fare a Trevignano Udinese,  avrà vita breve. Di questo passo, solo i mulini più grandi potranno fare economie di scala per uscire vivi da questo tsunami. E sarebbe un grosso peccato, perché il mestiere del mugnaio, come quello del casaro, porta con sé un pezzo di storia del nostro paese, soprattutto in Friuli Venezia Giulia, dove viene ancora percepito per il suo valore reale. Qui, fino al secolo scorso anche il più piccolo paese aveva un proprio mulino perché la farina era ed è vita, tanto da non far sembrare solo una coincidenza il fatto che una spiga di grano raggiunga la sua maturazione in nove mesi esatti, il tempo di una gravidanza. Dovremmo recuperare quella saggezza degli antichi romani che affiancavano Cerere, dea dell’agricoltura rappresentata con delle spighe sul capo e nella mano, a Tellus, la dea della Terra. Avevano già ben chiaro che senza grano non c’è futuro.

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