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Eppur si muove qualcosa per il turismo italiano, ma serve di più

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Nel primo weekend di luglio i numeri sul turismo appaiono straordinari. Ma la leva del prezzo è stressata, i lavoratori stagionali scarseggiano: tutte questioni sulle quali vale la pena agire per il turismo del domani.

Eppur si muove qualcosa per il turismo italiano, ma serve di più

Nel primo weekend di luglio i numeri sul turismo appaiono straordinari. Ma la leva del prezzo è stressata, i lavoratori stagionali scarseggiano: tutte questioni sulle quali vale la pena agire per il turismo del domani.
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Eppur si muove qualcosa per il turismo italiano, ma serve di più

Nel primo weekend di luglio i numeri sul turismo appaiono straordinari. Ma la leva del prezzo è stressata, i lavoratori stagionali scarseggiano: tutte questioni sulle quali vale la pena agire per il turismo del domani.
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Primo weekend di luglio e già oggi possiamo parlare di numeri in alcuni casi persino straordinari. La voglia di Italia cresce e il brand del Paese nel mondo continua a macinare risultati. Nostro compito, però, è porre l’accento su quanto si continua a rimandare o semplicemente non fare. Se qualcuno crede – sulla scorta di quegli stessi numeri a cui abbiamo fatto riferimento – di poter impostare il futuro dell’industria del turismo sugli attuali livelli di servizio e competitività italiani è un folle. O un bugiardo. Ci siamo più volte espressi sul tema spiagge e concessioni balneari e non ci ripeteremo, se non per sottolineare che comunque un altro anno è stato buttato, rinviando le gare al 2023. 12 o 24 mesi di ritardo per investimenti fondamentali, il rinnovo del servizio e la cura del cliente. In questa stagione 2022, in cui avremmo dovuto presentarci al mercato forgiati dall’esperienza della pandemia, abbiamo semplicemente scelto di far finta che due anni non siano esistiti. L’offerta alberghiera e più in generale l’accoglienza, pur fra i consueti picchi d’eccellenza del nostro Paese, continuano a languire nel sempre uguale. Si stressa la leva del prezzo, arrivando a tariffe spesso non solo fuori dalla realtà, ma prive di qualsiasi relazione con il livello e la qualità del servizio offerto. Questo è un gioco pericolosissimo, perché mette a rischio non solo la singola struttura ma il buon nome di tutto il sistema. È giusto pagare di più per godere del prodotto-Italia, ma il turista del Terzo millennio è troppo informato e smaliziato per accettare supinamente il ruolo di pollo. Per paradosso, il viaggiatore può anche accettare di farsi (relativamente) ‘spennare’, ma solo in cambio di un’esperienza da conservare gelosamente nella memoria. Coccolateli e saranno felici di pagarvi, prendeteli in giro e vi detesteranno per sempre. Pensate ai taxi: nessuno si offenda – siamo stufi dell’inutile corporativismo – ma in Italia offriamo un servizio spesso impresentabile in termini di qualità e costo. Viaggiamo troppe volte su auto scassate, puzzolenti, gelide d’inverno e torride d’estate e dobbiamo pure sorbirci la litania delle concessioni e degli scioperi selvaggi. Come non batteremo mai i cinesi sulle ciabatte di plastica, restando viceversa irraggiungibili nel confezionare scarpe di qualità, così il nostro turismo non potrà essere massificato e massacrato solo per far cassa. Per fortuna, con la ripresa dei grandi numeri qualcosa si muove: il Comune di Venezia ha deciso di introdurre dal prossimo anno (perché non subito?) la sperimentazione del ticket d’ingresso per il visitatore ‘mordi e fuggi’. Verrà pagato, infatti, solo da chi non pernotterà in città e sarà reso graduale in base ai giorni di maggiore o minore affluenza. Non è il numero chiuso, ma non bisognerebbe aver paura di affrontare anche questo tabù, perché Venezia o Capri sono troppo fragili per essere abbandonate a orde fuori controllo. Non si fa turismo in un carnaio, non si capisce nulla di San Marco facendo a gomitate nei denti per un selfie o del Canal Grande stipati su battelli tramutati in tradotte. Potrà risultare antipatico, ma se vuoi visitare Venezia ti devi saper organizzare per tempo, altrimenti torni la prossima volta. Il problema è che questo concetto andrebbe interiorizzato dagli operatori turistici prima ancora che dal viaggiatore. Altro tema immancabile è la grande difficoltà nel trovare dipendenti – soprattutto giovani – per la stagione turistica. Facciamo cagnara chiedendoci se questa sia la spia del crollo della voglia di lavorare, colpa del reddito cittadinanza e via polemizzando. Vorremmo, per una volta, parlare di queste occupazioni e anche dei ‘lavoretti’ come della possibile scintilla per provare a inventarsi un pezzo di futuro. Basta con la retorica incrociata degli sfaticati e degli sfruttatori: imparare una professione e fare esperienza ha sempre spinto i migliori ad avviare un’attività in proprio. Accadrà anche questa volta, che lo si ricordi o meno ai ragazzi. Meglio avvertirli.   di Fulvio Giuliani

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