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Fuori dal Covid le difficili sfide del mercato globale

L’Italia non è ancora uscita completamente dalla pandemia ed entra già in una crisi di incertezza geopolitica ed economica globale
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Fuori dal Covid le difficili sfide del mercato globale

L’Italia non è ancora uscita completamente dalla pandemia ed entra già in una crisi di incertezza geopolitica ed economica globale
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Fuori dal Covid le difficili sfide del mercato globale

L’Italia non è ancora uscita completamente dalla pandemia ed entra già in una crisi di incertezza geopolitica ed economica globale
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L’Italia non è ancora uscita completamente dalla pandemia ed entra già in una crisi di incertezza geopolitica ed economica globale

Con la pandemia alle battute (si spera) finali e con l’avvenuta elezione del capo dello Stato, che cosa possiamo aspettarci nel nostro Paese? Se da un lato abbiamo delle circostanze favorevoli – la fine dell’emergenza sanitaria e i fondi del Pnrr, pur soggetti a condizionalità – dall’altro ci sono pesanti incognite provenienti dal contesto esterno, quali le tensioni tra la Russia e la comunità internazionale, la crisi energetica, quella delle forniture di microchip e l’inflazione.

In questo contesto di incertezza si inserisce nel calendario degli eventi la prossima fine della legislatura con il voto nella primavera 2023. Le recenti dichiarazioni di Mario Draghi rendono facile prevedere un lungo, ininterrotto periodo di campagna elettorale. Purtroppo, non mancheranno rigurgiti populisti per capitalizzare nell’urna i timori, il malcontento, le frustrazioni e la scarsa memoria di parte dei cittadini. Possiamo scommettere che al salire dello spread torneranno le spinte ‘sovraniste’ contro la cattiva Ue, contro l’euro, contro l’immigrazione e quelle delle sinistre contro l’austerity, per citare le più prevedibili e insensate.

Appare peraltro risibile parlare di austerity in un Paese che nel decennio precedente la pandemia è stato capace di aumentare la spesa pubblica dagli 810 miliardi del 2011 agli 870 miliardi del 2019, veleggiando al 50% del Pil, senza mai produrre uno straccio di crescita. Ed è sintomo di una totale mancanza di memoria attaccare l’euro che ci ha regalato quindici anni di stabilità e bassi tassi di interesse, dimenticando gli elevatissimi costi pubblici della lira, cronicamente debole. Sono davvero difficili da comprendere le posizioni ‘sovraniste’ che – pur osservando i problemi della Brexit e dimenticando che l’Unione europea è un campo privilegiato per le nostre esportazioni (che hanno raggiunto livelli record negli ultimi anni) – si rifiutano di prendere atto che il quantitative easing della Bce, arrivata a detenere con i suoi acquisti il 28% del nostro debito, ci ha letteralmente tenuto in piedi, contribuendo in maniera decisiva a mantenere basso lo spread e a rifinanziare il debito in scadenza, poco meno di 400 miliardi di euro l’anno.

La verità è che l’Italia ha bisogno di una chiara visione del futuro, basata su una maggiore consapevolezza dei suoi gap. Il nostro Pil è costituito già per il 74% dai servizi. L’economia si sposta cioè sempre più verso la conoscenza, ma investiamo solo l’1,5% del Pil in Ricerca e Sviluppo contro il 2,3% della media Ue, allochiamo soltanto 70 miliardi (contro i 140 della Germania) in tutto il comparto Istruzione e Università, abbiamo solo il 63% di diplomati e il 20% di laureati (contro rispettivamente il 79% e il 33% della media Ue). Sono questi i dati da tenere bene a mente, se vogliamo evitare altri provvedimenti populisti e fallimentari come Quota 100, reddito di cittadinanza, cashback ed ecobonus.

 

di Francesco Orlando

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