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Il carbone necessario all’energia solare

Il carbone come alleato delle energia solare. Sembra un paradosso, ma il difficile approvvigionamento di questo combustile fossile in Cina rischia di far salire i costi dei pannelli solari fino a ostacolarne l’utilizzo.

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Senza carbone è a rischio l’energia solare. Lo afferma Bloomberg, spiegando che un rincaro senza precedenti nel prezzo dei pannelli solari è dovuto a problemi di approvvigionamento del carbone in Cina. Ed ecco qui servito un apparente paradosso. È infatti il carbone, nell’immagine popolare, la fonte di energia più inquinante. Ed è invece il solare, sempre nell’immagine popolare, la fonte di energia più pulita. Sembrerebbe dunque scontato che, per raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni che servono per fermare il riscaldamento globale, occorra sostituire al massimo il carbone con il solare.

La gran parte del mercato del solare, però, è in mano alla Cina. Nel 2019, non solo il 78% della produzione mondiale di cellule solari e il 72% dei moduli, ma anche il 66% del polisilicio: il materiale ultraconduttivo che nei pannelli fotovoltaici aiuta a convertire la luce solare in elettricità. Come per molte altre produzioni strategiche, si è lasciato che Pechino si impadronisse del business perché offriva prezzi più convenienti.

Polemiche sull’utilizzo di manodopera forzata a parte, il low cost dei pannelli solari cinesi era però garantito soprattutto dall’uso massiccio di energia elettrica da carbone per fabbricarli. E come spiega appunto Bloomberg, nell’ultimo mese in Cina il prezzo del carbone è lievitato del 40% per cento, passando dai 121 dollari per tonnellata di metà agosto ai 170 dollari attuali.

La Cina estrae da sola la metà di tutto il carbone mondiale, ma la sua economia ne è talmente dipendente che non le basta, e solo nei primi sei mesi del 2006 ne ha importata una quantità pari al 3,6% di quanto prodotto nel 2020. Quasi il 20% in più in un anno. Ma principale fornitrice tradizionale di questo carbone extra era l’Australia, con cui da tempo il governo di Pechino è in tensione: per via delle reazioni di Canberra a quella che viene percepita come la spinta espansionistica cinese nel Pacifico, ma anche per le dure accuse australiane sulle responsabilità cinesi nella pandemia di Covid. Il 15 settembre un esito di questo scontro è stato il patto militare tra Australia, Stati Uniti e Regno Unito. Ma già da gennaio come strumento di pressione la Cina aveva azzerato l’import di carbone australiano.

Riscaldando sabbia comune e coke in una fornace si produce silicio metallico, poi acquistato da aziende che utilizzano sostanze chimiche caustiche e calore intenso per purificarlo in polisilicio. Dal 2003 fino allo scorso agosto il prezzo era oscillato tra il dollaro e i 2 dollari e mezzo. Ma a quel punto la provincia cinese dello Yunnan ha annunciato che per mancanza di carbone la produzione da settembre a dicembre sarebbe stata abbassata del 90%. E a quel punto i prezzi del polisilicio sono aumentati del 300%: solo mercoledì del 13% fino a 32,62 dollari al chilogrammo, il più alto dal 2011. E il materiale era già aumentato di oltre il 400% dal giugno 2020 poiché l’impennata della domanda solare aveva spinto gli impianti di lavorazione al massimo della capacità.

di Maurizio Stefanini

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