Incentivi, deficit e caos normativo: il corto respiro della politica economica
Regole confuse e promesse incerte penalizzano le imprese, mentre cresce la pressione per aumentare il deficit senza visione futura
Incentivi, deficit e caos normativo: il corto respiro della politica economica
Regole confuse e promesse incerte penalizzano le imprese, mentre cresce la pressione per aumentare il deficit senza visione futura
Incentivi, deficit e caos normativo: il corto respiro della politica economica
Regole confuse e promesse incerte penalizzano le imprese, mentre cresce la pressione per aumentare il deficit senza visione futura
In pochi mesi di debolezza il governo non riuscirà a fare quel che non ha fatto in quattro anni di forza. Rimpastino pure, ma il tempo che rimane è poco, la confusione è tanta e la campagna elettorale non è l’ambiente ideale per fare il necessario. Come si dimostra sul lato delle imprese, con uno scontro che ha a oggetto gli incentivi per l’innovazione e ha come scadenza l’incontro che si terrà domani. E non sarà uno scherzo.
Il ministro dell’Economia ha ragione a non mollare l’argine dei conti pubblici. La campagna elettorale non è destinata ad aiutarlo, ma la serietà su quel fronte è una delle cose di cui il governo può menare vanto. Non si è stati capaci di guardare al futuro, ma almeno ci si è guardati dallo scassarlo nel presente. Che il problema sia quello lo dimostrano le parole dei vertici confindustriali, che pur di portare a casa un maggiore finanziamento degli incentivi fanno diretto riferimento allo sfondamento del deficit. Che non solo è da evitarsi, non solo ha un costo che si aggiungerà a quello del debito, impoverendo l’intero sistema produttivo italiano, ma il mancato rientro dalla procedura d’infrazione comporta la perdita delle agevolazioni europee relative ai fondi per la difesa, quindi un danno per le imprese che lavorano in quel settore.
Che Confindustria si trovi a usare le parole del rivendicazionismo senza limiti di bilancio è uno dei segni di quanto sia in crisi la classe dirigente italiana. Ciò non toglie che le imprese italiane abbiano ragione nel lamentare il casotto normativo che ha portato dallo schema funzionante di “Industria 4.0” (impostato da Carlo Calenda) alla marana di “Industria 5.0”. Quando non si sa governare un problema, si finisce con il cambiare continuamente le regole: la peggiore delle cose. Sta di fatto che lo scorso novembre (appena ieri) il problema non consisteva in troppe aziende che chiedevano troppi soldi, ma nel fatto che erano troppo poche. Insomma, “Industria 5.0” era un fallimento. E siccome scadeva il 7 novembre, si stabilì che avrebbero avuto diritto tutti quelli che avessero presentato le domande entro il 27 di quello stesso mese, promettendo di far riferimento allo schema di “Industria 4.0”. A quel punto piovvero domande e documentazioni, con non poche aziende che provvidero a fare ordini e accendere mutui.
Le stesse che ora dicono che è stata tradita la promessa. Vero e non vero. Vero che il governo volle far intendere proprio quello, ma vero anche che la legge di bilancio (in un illeggibile articolo 770) correggeva l’entità del contributo, riportandolo a un vecchio 20% rispetto al 45% in uso. Con il che si mette in evidenza una delle ragioni per cui fare impresa in Italia è demoniaco: le norme sono un labirinto cosparso di trappole e, nel migliore dei casi, fra i costi di gestione devi metterci un ufficio legale che sappia individuarle. Questa l’hanno vista solo quando s’è aperta sotto i loro piedi. Né l’avevano vista due ministri che quella legge hanno approvato: quello delle Imprese («E ho detto tutto», Peppino De Filippo op. cit.) e quello degli Affari europei e preposto al Pnrr (e, per pietà, non aggiungo altro).
Ora dicono che sono cose dell’economia. Cosa sia un governo ancora sfugge loro. Vedremo domani, posto che la cosa peggiore sarebbe sfondare il deficit. Detto però tutto il male possibile di questo modo di (non) governare e ricordato che non saranno i prossimi mesi a compensare i passati anni, va aggiunto che Confindustria – agguerrita per gli aiuti ma silente e colpevolmente distratta quando si chiude il mercato italiano alla competizione e si parla di proroghe delle concessioni idroelettriche, incapace com’è di profferire verbo sui balneari e assente nel reclamare la ratifica del Ceta (che favorisce le nostre esportazioni) – è anche la dimostrazione di cosa s’intenda per vita pubblica e politica: il questuare per il presente, senza alcuna ambizione di pensare a un futuro in cui i guasti incrostati dello statalismo non facciano più da copertura alle rendite e ai fallimenti. Nessuno che guardi oltre l’orizzonte del già passato.
Di Davide Giacalone
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- Tag: politica
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