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La guerra non sia anche una scusa

Se l’inflazione è tornata a mordere non è solo responsabilità del conflitto russo-ucraino. L’era dei soldi gratis  sta volgendo al termine e dopo la Federal Reserve anche la BCE alzerà gli interessi. L’Italia avrà problemi seri da affrontare nei prossimi mesi, anche perché li ha ancora una volta rinviati.

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Ieri, oggi e domani il mondo del risparmio italiano si dà appuntamento a Milano, per il Salone 2022. È la prima, vera edizione post-pandemia.
Un evento diventato tradizionale nel tempo, occasione per fare il punto non solo sulla gestione del risparmio in Italia, ma più in generale sul momento economico del Paese.
Quest’anno, potendo tornare alla capienza massima e alla consueta folla di appuntamenti in sequenza, il Salone offre un’opportunità dolorosamente diversa, nei giorni segnati dall’aggressione della Russia di Vladimir Putin all’Ucraina.

In un contesto geopolitico rivoluzionato dalla guerra scatenata dallo zar, l’inflazione è tornata a mordere a livelli e con ritmi che avevamo dimenticato. Si badi, effetto non solo del conflitto. L’era dei soldi gratis, nel frattempo, volge al termine: la Federal Reserve americana ha già avviato un programma piuttosto severo di rialzo dei tassi di interesse e la Banca Centrale Europea non potrà che seguirne l’esempio già nella seconda metà dell’anno. Decisioni accelerate proprio dalla necessità di tenere sotto controllo la spirale inflattiva.

Prendete tutti questi ingredienti, mescolateli per bene, aggiungete il vortice creato dalla guerra e avrete il perfetto cocktail potenzialmente tossico per la nostra economia. Eppure, conflitto in Ucraina a parte, nulla di tutto ciò era imprevedibile: il costo del denaro era destinato inevitabilmente a risalire. Stesso discorso per l’inflazione, persino invocata nei mesi della grande paura del ristagno e della deflazione. Insomma, non potremo addossare tutte le responsabilità alla politica scellerata dell’autocrate di Mosca. L’Italia avrà problemi seri da affrontare nei prossimi mesi, anche perché li ha ancora una volta rinviati.

Tornando a pagare di più per finanziare il proprio debito – mentre si conclude il programma di acquisto di titoli da parte della BCE – il nostro Paese potrebbe ritrovarsi esposto ai ben noti rischi della speculazione. Tornerà d’attualità anche il mitologico spread, passato di moda in questi ultimi mesi di tassi a zero.
Tutto questo non perché qualcuno ce l’abbia con noi, ma perché continuiamo a mandare segnali quantomeno contraddittori.

Anche i mercati conoscono il calendario politico del nostro Paese e sanno che fra un anno al massimo l’esperienza del governo Draghi si concluderà con le nuove elezioni. Basta un’occhiata alla cronaca quotidiana – peraltro di una noia e ripetitività mortali – per rendersi conto di come i partiti oggi anestetizzati dall’innaturale maggioranza che sostiene l’esecutivo non vedano l’ora di riprendersi la scena all’insegna di spesa e debito. Scelte che si pagano, in tutti i sensi.

di Fulvio Giuliani

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