L’odiata (da alcuni) globalizzazione è una risposta ai dazi di Trump
Uno degli effetti più discussi a livello internazionale della bordata di dazi annunciati da Donald Trump è la possibile “fine della globalizzazione”
L’odiata (da alcuni) globalizzazione è una risposta ai dazi di Trump
Uno degli effetti più discussi a livello internazionale della bordata di dazi annunciati da Donald Trump è la possibile “fine della globalizzazione”
L’odiata (da alcuni) globalizzazione è una risposta ai dazi di Trump
Uno degli effetti più discussi a livello internazionale della bordata di dazi annunciati da Donald Trump è la possibile “fine della globalizzazione”
Uno degli effetti più discussi a livello internazionale della bordata di dazi annunciati da Donald Trump è la possibile “fine della globalizzazione”. Il più grande mercato al mondo che si chiude potrebbe mettere la parola fine alla stagione del libero commercio. Purché tutto vada come vorrebbe Donald Trump, aggiungiamo noi.
Il punto è questo: si può avere in odio la globalizzazione, ergerla a responsabile di tutti i mali e squilibri che affliggono economie zavorrate da scelte nella grande maggioranza dei casi squisitamente domestiche (sì, ci riferiamo a noi italiani) ma negare la strettissima interdipendenza fra mercati e apparati produttivi è troppo anche per chi vive di nostalgie novecentesche.
Se pur dovessimo decidere di ignorare i nefasti effetti di un protezionismo reciproco su occupazione e ricchezza, è nell’esperienza quotidiana che non si scorge alcun vantaggio dal supposto tramonto della globalizzazione. Pagare tutto di più, avere una scelta infinitamente minore, uccidere la concorrenza in cosa costituirebbe un vantaggio per ciascuno e soprattuto per chi ha meno soldi da spendere?
Sempre che non si consideri un vantaggio comprare un paio di ciabatte Made in Italy invece che Made in China, pagandole di più.
Capirai che clamorosa conquista per la nostra produzione, la cui fortuna è legata alla qualità e all’export.
Prendete due settori chiave: l’auto e le telecomunicazioni. Abbiamo l’età per ricordare quando i dazi erano la regola in Italia per proteggere l’industria interna di automobili. Quando i cinesi manco avevano cominciato a capire come si producessero le macchine e giapponesi o coreani erano visti come il demonio. Le tedesche erano roba per ricchi e noi producevamo ciofeche, al riparo delle sovvenzioni statali e del protezionismo. Non le pagavamo manco poco, in relazione alla qualità imbarazzante. Sarà un caso (ma non lo è), guardate dov’è ora la nostra industria.
Abbiamo l’età per ricordare quando dovevamo pagare un abbonamento solo per possedere un telefono cellulare…
La globalizzazione non è un’idea astratta, è pratica quotidiana, è quell’insieme di interdipendenze che ha messo spalle al muro in due mesi l’uomo più ricco della terra. La sovraesposizione politica di Elon Musk ha avuto effetti sul suo principale business, perché in un mercato globalizzato il consumatore ha trovato in tempo zero valide alternative alla Tesla.
Con buona pace dei populisti, sono i trattati liberalmente ratificati dai 27 Paesi membri che detteranno l’agenda della risposta ai dazi di Trump.
Potrebbe far sorridere ma dovrebbe far piangere sentire politici invocare trattative bilaterali per strappare concessioni a The Donald, vietate da quei trattati che ancorano l’Italia alla vituperata globalizzazione. L’orrido fenomeno che ha ridotto di alcune centinaia di milioni chi soffre la fame nel mondo e consentito una vita di agi che i nostri genitori avrebbero potuto solo sognare
di Fulvio Giuliani
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