AUTORE: Davide Giacalone
La ricchezza, prima di consumarla o distribuirla, si deve produrla. Quel che è ovvio non per questo è evidente a tutti. Avere smarrito l’evidenza dell’ovvio porta guasti profondi, che vanno dai piccoli egoismi alla proiezione ingigantita nelle politiche nazionali.
Essendo arrivati i primi 21 miliardi (da soli hanno la dimensione di una ‘normale’ manovra di bilancio) dei fondi europei legati al programma Next Generation Eu, non potendosi più decentemente argomentare che ci converrebbe uscire dall’euro e precipitare nella bancarotta in sovrana solitudine, taluno ha voluto osservare, con l’aria della ficcante osservazione: circa la metà sono prestiti e toccherà restituirli. Perché, esiste il diritto ad avere soldi in regalo? Posto che poco meno della metà sono “a fondo perduto”, volgarmente traducibile in “regalo”. Si riceve un regalo e ci si lamenta che non sia tutto regalato? Non è un diritto nemmeno ricevere soldi in prestito a un prezzo largamente inferiore a quello di mercato. Ottenuto grazie alla garanzia offerta da altri europei, che non mangiarono i quattrini della spesa pubblica come si è fatto qui, accumulando un debito spropositato.
Come è possibile che taluni sostengano il contrario e che si vada loro appresso? La spiegazione si trova nei dati Irpef, ove si vede che già pratichiamo il consumo di ricchezza non prodotta. Uccidendo la crescita.
I dati relativi al 2020 segnalano un calo dei redditi. Né poteva essere diversamente, vista la recessione innescata dalla pandemia. Qui come altrove. Ma la diminuzione non è affatto omogenea: i pensionati sono garantiti e dichiarano redditi crescenti del 2% (lo si tenga a mente, perché senza crescita questo diventa impossibile da mantenere); i lavoratori dipendenti segnano un -1,6%; gli autonomi un -8,6%; gli imprenditori individuali un -11%. Dati che dicono anche un’altra cosa: i pensionati aumentano e i lavoratori diminuiscono (tenerlo a mente). Ma questa è la pandemia, che non è finita ma passerà. Non è un costume consolidato.
Che solo il 4% dei contribuenti dichiarino redditi superiori ai 70mila euro l’anno, invece, lo è. Più o meno è quel che c’era. Dai dati precedenti alla pandemia, oggi aggravati, si evince che il 48% degli italiani non ha redditi tassabili o comunque non li dichiara. Dei contribuenti, il 44% versa meno del 3% del gettito complessivo. Fino a 15mila euro di reddito pagano 4 miliardi e 320 milioni, ricevendo 50 miliardi per la sola sanità. Fra 35 e 55mila euro lordi l’anno si trovano poco più del 13% dei dichiaranti, che pagano poco meno del 59% di tutta l’Irpef.
Certo, le imposte sul reddito non sono il solo prelievo fiscale. Se vado a comprare una cosa pago l’Iva. Ma se quei dati Irpef sono veri (ne dubito) non fanno che riprodurre il gettito tutto gravante sui presunti ricchi, a meno che non si consideri esistente la miracolosa categoria dei poveri con alti consumi. Che, poi, sia “ricco” chi rientra in quel 4% sopra i 70mila, fa morire dal ridere. Ammesso si conservi senso dell’umorismo.
Questi numeri dimostrano che, in Italia, il prodigio è già avvenuto e la grande maggioranza consuma quel che non produce. Ecco perché eleggono rappresentanti coerenti con tale condizione, che vorrebbero avere regali maggiori da chi già manda regali: sono come i loro elettori. Il guasto della classe dirigente italiana non è di essere peggiore del Paese che rappresenta, ma di non sapere essere migliore. Anzi, chi prova a ragionare lo fanno fuori subito e qualche analfabeta gli dà anche del «servo dei poteri forti». Hai visto mai tornasse a essere evidente l’ovvio. Nel quale è ricompreso che chi paga imposte paga troppo, mentre troppi pagano poco o niente. Una riforma fiscale che mantenga invariato il peso della fiscalità sul prodotto interno lordo deve necessariamente redistribuire i pesi, sicché c’è chi deve cominciare a pagare. Altrimenti non è una riforma, ma una presa in giro.
di Davide Giacalone
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