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Usa e Cina trovano la convenienza nel dirsi d’accordo

Nonostante l’ambizione della presidenza britannica per la Cop 26 sia stata deludente, la conferenza di Glasgow ha portato una svolta sulla questione climatica.

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Bruxelles – La 26esima conferenza delle parti dell’Onu sul clima è entrata nella sua ultima fase. I delegati affrontano le ultime ore dei negoziati per concordare il testo finale. Ma non sarà quel testo, qualunque forma assuma, a decidere come il mondo affronterà la sfida di limitare il riscaldamento globale a meno di 1,5 gradi sopra i livelli pre-industriali. Per usare il gergo della diplomazia climatica, il “livello di ambizione” del documento di lavoro proposto dalla presidenza britannica è stato deludente.

A Glasgow, malgrado questo, c’è stata una svolta. In primo luogo si è registrata un’accelerazione delle tecnologie e nella trasformazione dei mercati. Molto si deve all’azione dell’Unione europea che ha messo in mora, con le sue decisioni, i partner globali.

Se la Turchia ha annunciato di ratificare l’Accordo di Parigi, ha detto uno dei negoziatori di Ankara, è anche grazie anche alla carbon tax sulle importazioni annunciata da Bruxelles. «Negli ultimi tre anni il clima è cambiato in peggio, ma le politiche del clima sono cambiate in meglio» mi ha detto uno dei responsabili europei. «Se basterà lo scoprirete voi, perché non è probabile che io sia vivo nel 2050».

L’altro fattore è l’urgenza della sfida, che ormai tutti definiscono esistenziale. Una sfida che trascende la geopolitica. Molti, a torto, sono rimasti sorpresi dall’annuncio che gli Stati Uniti e la Cina hanno trovato una base comune sul clima. Come ha spiegato l’inviato Usa per il clima John Kerry, la dichiarazione congiunta si basa sul lungo lavoro fatto dai due Paesi e sfociato nella precedente dichiarazione di aprile.

La decisione di presentarsi insieme a Glasgow, nel momento più delicato delle trattative, si spiega con il «desiderio condiviso» che la Cop sia un successo e si raggiungano accordi forti sulle misure per «la mitigazione, l’adattamento, il sostegno finanziario ai Paesi più poveri e tutte le questioni chiave che porteranno il mondo a innalzare il livello di ambizione per essere in grado di affrontare questa crisi».

Non si tratta di parole vuote, ma di un passo avanti sulla strada della collaborazione su regole, quadri normativi e standard ambientali. L’obiettivo è una roadmap comune che coinvolga misure per massimizzare i benefici sociali della transizione energetica, delle politiche per la decarbonizzazione e l’elettrificazione dei settori finali nonché dell’economia circolare, come il design verde e l’utilizzo di risorse rinnovabili.

Lo sforzo congiunto di ricerca e sviluppo si rivolge alle tecnologie di cattura e stoccaggio del carbonio. Quello sulle regole riguarda i meccanismi sulla trasparenza, ossia il monitoraggio reciproco delle emissioni. «Tra gli Usa e la Cina ci sono differenze, ma sul clima la cooperazione è l’unico modo per ottenere risultati». Non c’è scelta, ha detto Kerry. «Questa è scienza. Sono la matematica e la fisica che dettano la strada da percorrere».

Si tratta di un’ottima notizia, ma anche di una sfida che l’Europa ora deve raccogliere. Se i due grandi rivali geopolitici lavoreranno insieme, l’Unione e i Paesi membri rischiano di restare al palo. Per raccogliere i frutti meritati dell’impegno europeo ora tocca essere conseguenti e decisi. Il “Fit for 55” deve diventare legge senza ritocchi. E l’accordo sugli investimenti con la Cina approvato nel dicembre del 2020 deve essere finalizzato. Perché contiene importanti regole ambientali per assicurare quel level playing field che l’Europa vuole.

di Arvea Marieni

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