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Il “Futuro nazionale” del generale Roberto Vannacci

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Il generale Roberto Vannacci ha infine tirato fuori il suo simbolo con tanto di logo (“Futuro nazionale”). E si prepara verosimilmente a mettere in piedi una lista per le prossime politiche

Il “Futuro nazionale” del generale Roberto Vannacci

Il generale Roberto Vannacci ha infine tirato fuori il suo simbolo con tanto di logo (“Futuro nazionale”). E si prepara verosimilmente a mettere in piedi una lista per le prossime politiche

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Il “Futuro nazionale” del generale Roberto Vannacci

Il generale Roberto Vannacci ha infine tirato fuori il suo simbolo con tanto di logo (“Futuro nazionale”). E si prepara verosimilmente a mettere in piedi una lista per le prossime politiche

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Il generale Roberto Vannacci ha infine tirato fuori il suo simbolo con tanto di logo (“Futuro nazionale”). E si prepara verosimilmente a mettere in piedi una lista per le prossime politiche. Tanto è bastato a osservatori e analisti per avviare le profezie che accompagnano la nascita (di “Futuro nazionale”) o la scissione di un partito. I moderni aruspici leggono i sondaggi per trarne indicazioni sugli equilibri che andranno in frantumi e su quelli nuovi che potrebbero comporsi. Nel caravanserraglio che si annuncia da qui alle prossime politiche c’è un aspetto che merita di essere indagato, per quello che è possibile indagare. La scissione di un partito o la nascita ex novo di una forza politica non ha mai prodotto un incremento degli elettori che esercitano il diritto di voto.

Per esempio, è significativo il fatto che nel 2013 (anno del primo exploit dei Cinque Stelle) l’affluenza alle urne fu del 75,2%. In calo di oltre 5 punti rispetto al 2008, allorché fu superiore all’80%. Alle politiche del 2018 si recò alle urne il 72,9% degli elettori e il M5S divenne partito di maggioranza relativa con il 32,5%. Votanti in calo di quasi 3 punti e partiti premiati con percentuali da Prima Repubblica. Peggio ancora è andata il 25 settembre 2022: l’affluenza alle urne (63,8%) tocca il minimo storico dalla nascita della Repubblica e Fratelli d’Italia riceve una percentuale del 26%. C’è una corrispondenza ancora poco comprensibile – in attesa di essere indagata – fra la progressiva e drastica riduzione della base elettorale e gli improvvisi exploit di un singolo partito. Per esempio, Fratelli d’Italia nel 2022 è cresciuto di 21,6 punti percentuali, quasi moltiplicando per 5 il risultato del 2018.

L’effetto distorsivo dei sondaggi (misurano le percentuali, com’è ovvio, non potendo contare gli elettori) ha finito per alterare il significato stesso del lessico politico. Un termine come “stabilità”, riferito alla solidità della maggioranza che sostiene il governo, sta a indicare che poco più del 23-24% degli elettori aventi diritto ha conferito piena legittimazione politica a quella maggioranza che non soltanto non dispone del 50% dei voti ma è resa tale unicamente dal meccanismo elettorale. Nella Prima Repubblica la maggioranza e quindi l’area di governo poteva contare su una percentuale stabile che variava fra il 52 e il 55% degli elettori, com’è accaduto fra il 1948 e il 1992. A renderla tale era l’alta affluenza alle urne e, di conseguenza, la piena legittimazione politica che le veniva riconosciuta nel Paese e dalle opposizioni.

Volendo dare un senso politico all’operazione elettorale che Vannacci sta mettendo in cantiere, lo si può riassumere così: l’esito del prossimo scontro elettorale risulterà dalla capacità di uno schieramento di subire una minore sottrazione di elettori rispetto al campo avversario, poiché la tendenza più che decennale ci dice che è altamente improbabile un’addizione di nuovi elettori. La sinistra (o come si chiamerà prima del voto) può sperare di vincere se Vannacci riuscirà a sottrarre voti all’attuale area di governo, non essendo da essa riconosciuto compatibile. La destra vorrebbe puntare all’addizione di Calenda, il quale però verrebbe meno alla sua ragione sociale che consiste nell’equidistanza dagli schieramenti. In queste condizioni disporre di una maggioranza parlamentare diventa una priorità assoluta, irrisolvibile nell’attuale immobilismo bipartitico.

Come costruirla se non sono gli elettori a crearla? Il premio di maggioranza immaginato nei pourparler dovrebbe conferire il 55% dei seggi alla coalizione o al partito che raggiungerà il 40%. Ciò significa un premio del 37,5% (40% di voti sommato al 37,5% di parlamentari in più fa 55% dei parlamentari). Il tutto da realizzare con un sistema proporzionale alla base, ma con esito ipermaggioritario quando si manifesta in Parlamento. È scritta qui la patologia che sta corrodendo la democrazia. Ed è di scarsa consolazione sapere che neppure altrove gode di migliore salute.

di Massimo Colaiacomo

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