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Un presidente notaio, travolto e costretto alle dimissioni

Giovanni Leone fu Presidente della Repubblica dal 24 dicembre 1971 al 15 giugno 1978. Fine giurista, sfortunato nella scelta delle frequentazioni, fu costretto poi alle dimissioni a causa delle troppe pressioni.

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Ci vollero ventitré votazioni e si arrivò fino al 24 dicembre, in quel 1971, per eleggere il successore di Saragat. Il candidato ufficiale della Democrazia cristiana era Amintore Fanfani, ma i suoi voti – urna dopo urna – diminuivano per opera dei franchi tiratori, fin quando fu superato dal candidato delle sinistre Francesco De Martino. A quel punto i gruppi democristiani si riunirono per cambiare cavallo, dovendo scegliere fra Giovanni Leone e Aldo Moro. Prevalse il primo, ma non cessarono i voti segreti contrari. I ‘laici’ – repubblicani, socialdemocratici e liberali – dissero ai dc: voteremo il vostro candidato quando comincerete a votarlo anche voi. Fu eletto per il rotto della cuffia, con 518 voti su 1008. Furono determinanti i voti missini, cosa di cui Almirante si vantò. Ugo La Malfa fu fatto oggetto di lancio di monetine, dai banchi comunisti.

Leone, quindi, si presentava come il presidente del rinculo rispetto al centro sinistra e della chiusura ai comunisti. Fu il presidente sotto la cui gestione partirono la solidarietà nazionale e la partecipazione dei comunisti alla maggioranza di governo. Per dire come vanno le cose.

Costituente, professore di diritto e avvocato, fu forse il più fine giurista che abbia messo piede al Quirinale. Disinvolto e sfortunato nelle frequentazioni, talora strumentalizzato. Licio Gelli diceva di avergli mandato messaggi durante l’elezione, ma si scoprì che il gran millantatore sbagliò pure indirizzo. Non di meno fu poi ricevuto a Palazzo. Frequentava i Lefebvre e Camillo Cruciani, poi anche loro coinvolti nello scandalo Lockheed, azienda aereonautica statunitense che aveva distribuito tangenti, non solo in Italia. Leone fu coinvolto: si disse che un conto estero, intestato “Antelope Koppler”, fosse suo. Nulla di dimostrato, ma si scatenò una campagna feroce. Anni dopo soltanto Pannella e i radicali andarono a chiedergli scusa.

La sua vocazione era quella della presidenza notarile, che oggi ha estimatori ignari del migliore interprete. Rinviò al Parlamento una sola legge, redasse un solo messaggio, che fu anche snobbato. Non diede mandati vincolanti, ma accomodanti verso le maggioranze. Fu preso in giro perché ballò in Unione Sovietica e cantò negli Stati Uniti. Anche la giovane moglie fu occasione di pettegolezzi (insensati). Agli studenti di Pisa, che lo ingiuriavano, fece delle napoletanissime corna. Andreotti gli consigliò di non difendersi. Fu ingenuo a dargli retta.

Il comunista Bufalini si recò al Quirinale per chiederne le dimissioni, ma volle parlare con il portavoce, non con lui. Zaccagnini, per la Dc, si associò. Saragat fece sapere che se avessero provato con lui, in quel modo, li avrebbe fatti arrestare. Era finita la solidarietà nazionale ed era finito anche Leone. Il 15 giugno 1978 non riusciva a registrare un messaggio agli italiani. Alla fine ci riuscì: erano le dimissioni.

 

di Gaia Cenol

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