La destra non ha i voti per eleggere il presidente della Repubblica. Non li ha neanche la sinistra. Per essere più precisi non esiste la destra e non esiste la sinistra, nel senso che sono presunte coalizioni unite esclusivamente dal desiderio di prevalere sugli altri, restando intimamente, politicamente e irrimediabilmente divise su tutto il resto. Questo è il quadro dei residuati fossili della seconda Repubblica, che già aveva questa caratteristica e che è stata seppellita dal voto del 2018. Solo che non è nato nulla di alternativo.
Quindi: gli uni e gli altri non hanno i voti per eleggere un presidente, potendo solo sperare, a volerci provare, in una nutrita pattuglia di saltafossi altrui. Ove mai ciò si verificasse evaporerebbe il governo Draghi, che tutti affermano di voler far proseguire nel lavoro. Se sono arrivati a questo punto è perché sono degli incapaci.
Questo quadro non era chiaro da lunedì, ma dal lunedì di sei mesi prima. Qui ne avevamo reso conto. Se fossero stati capaci di fare la sola cosa che fecero e fanno nella vita, ovvero politica, ne sarebbero stati consapevoli e sarebbero arrivati a lunedì scorso con un accordo già fatto. Ovviamente di compromesso. Ovviamente senza un trionfatore. Un accordo per confermare il presidente uscente – considerando le sue parole di diniego come un auspicio e non come un ostacolo – oppure per eleggere al suo posto chi possa considerarsi non tanto sopra (ci vuole poco) ma fuori dalle parti.
L’aguzza ironia sprigionata dagli occhi di Sabino Cassese è lì a ricordare loro, tutti, che c’è un limite oltre il quale la tragedia diviene farsa. L’alternativa c’era, eccome, consistente nel dare corpo a quel che diversi hanno in corpo, ovvero un’avversione epidermica al governo Draghi, giustamente considerato un commissariamento delle loro miserie. In quel caso avrebbero potuto eleggerlo al Quirinale, fingendo di adorarlo. Oppure avrebbero potuto patteggiare un equo scambio di mercenari, eleggere un irrilevante di destra e procedere con le elezioni.
Tale secondo scenario aveva e ha qualche conseguenza: l’Italia perde affidabilità; si scorda un ruolo internazionale per tutta la durata della presidenza francese dell’Ue; l’avviata esecuzione degli investimenti dei fondi europei s’inceppa; si vota con l’attuale sistema elettorale; nessuno vince veramente e, comunque, nessuno poi è in grado di governare. Dettagli. Parsi impegnativi financo agli spaesati struzzi che nascondono la testa nelle urne bianche, disertate o inutili.
Così, incapaci di procedere quanto di recedere, si sono cacciati in una palude in cui la sola cosa evidente è che sono disuniti all’interno delle alleanze e con gruppi parlamentari allo sbando. E ora?
Ora possono sempre allungare la broda venefica e costruire lentamente la rottura. Il tempo sarà servito a togliere credibilità e affidabilità a tutti e ciascuno. Ammesso che si possa andare al voto, sarebbe non una sfida fra coalizioni contrapposte ma fra contrapposti fintamente coalizzati: quanti voti di Forza Italia possono cannibalizzare gli alleati, quanti traslocano dalla leganza alla fratellanza, quanti dai frinenti agli allettati? Bella roba. Avvincente. Gli italiani che si sono messi in fila per la vaccinazione si metterebbero in fila per allontanarsi dai seggi elettorali.
Oppure, ora, possono accorgersi che l’aria si fece pesa, che prima di votare sarà bene far dimenticare che senza Draghi non riescono a fare un O con il bicchiere; quindi, smandrappati, tornano da dove sarebbero dovuti partire. La soluzione più sensata nel modo più insensato. Con una performance che sarà servita solo a dimostrare che Alberto Manzi aveva torto: qualche volta è davvero troppo tardi.
di Davide Giacalone
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