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Le diverse espressioni di Giorgia Meloni

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Entrato a Montecitorio “in punta di piedi”, Giorgio Almirante nell’autobiografia confessa che il suo primo discorso fu un solenne fiasco. Un errore simile Giorgia Meloni non l’ha commesso…

Le diverse espressioni di Giorgia Meloni

Entrato a Montecitorio “in punta di piedi”, Giorgio Almirante nell’autobiografia confessa che il suo primo discorso fu un solenne fiasco. Un errore simile Giorgia Meloni non l’ha commesso…

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Le diverse espressioni di Giorgia Meloni

Entrato a Montecitorio “in punta di piedi”, Giorgio Almirante nell’autobiografia confessa che il suo primo discorso fu un solenne fiasco. Un errore simile Giorgia Meloni non l’ha commesso…

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Entrato a Montecitorio «in punta di piedi», Giorgio Almirante nell’autobiografia confessa che il suo primo discorso fu un solenne fiasco. Esordisce nella seduta pomeridiana del 4 giugno 1948, in occasione della fiducia al V governo De Gasperi. Afferma: «Ritenni che si potesse e dovesse parlare alla Camera come in piazza». Un grossolano errore rimarcato da Palmiro Togliatti. «Implacabile mi fissava divertito, faceva cenno a qualche vicino perché stesse a sentire, poi si alzava dal banco, e sempre fissandomi scendeva la scaletta, fino all’emiciclo, con le mani sui fianchi, senza ridere, ma con un compatimento così vistoso da balzare agli occhi. Grazie Togliatti». Per uno dei tanti paradossi nostrani, Almirante deve al Migliore se diventerà quel mattatore parlamentare che ben conosciamo.

Un errore simile Giorgia Meloni non l’ha commesso. Nel 2006 anche lei entra a Montecitorio in punta di piedi e, come i deputati comunisti alla prima legislatura, si mette in ascolto delle personalità più in vista. C’è chi sostiene che ci siano due Meloni distinte e distanti: in piazza ostenterebbe con orgoglio il suo essere di destra, mentre in Parlamento la sua destra guarderebbe al centro. L’una tutta spigoli, l’altra moderata. La verità è che lei è sempre la stessa, sono i palcoscenici a cambiare.

Lo si è visto anche nel discorso a conclusione della festa di Atreju. In platea c’era tutta la dirigenza del partito. Un Ignazio La Russa lungimirante credette in lei e le passò il testimone. Dopo una decennale traversata del deserto, eccola a Palazzo Chigi. Nulla mobilita più che un “noi” contrapposto a un “loro”. Noi pronti a fare la nostra parte nel supremo interesse della Nazione. Loro che non sopportano di aver perduto il potere e gufano a più non posso. Noi gli amici. Loro gli avversari, se non i nemici. Ecco Maurizio Landini, che sostiene più la sinistra che i lavoratori. Ecco Elly Schlein, che come i comunisti di una volta pretende tutto e subito. Ecco un Romano Prodi alla ricerca di un federatore del centro che compensi il sinistrismo della segretaria del Pd.

Alla Camera, si capisce, è tutt’altra musica. Lo si è ben visto nei due recenti passaggi parlamentari in vista della riunione del Consiglio europeo. Il meglio Meloni lo dà più che nelle comunicazioni, quando legge, nelle repliche, quando parla a braccio e all’occorrenza non le manda a dire. Il Parlamento è un teatro: il teatro della democrazia. E un bravo attore deve saper entrare in scena e uscirne suscitando l’applauso. A Montecitorio martedì ne ha dato un saggio. Come soleva fare Giulio Andreotti, che proponeva al neo comunista Mario Melloni di scambiarsi un po’ di cretini, il presidente del Consiglio risponde a ogni oratore.

A proposito di Fitto, invita il pd Provenzano a non anteporre la fazione alla Nazione. Sulla presidenza italiana del G7, imputa al partito di Schlein di fare le macumbe sperando in un fallimento, che peraltro non hanno funzionato. E ne sottolinea la superficialità. Avanti un altro. Il pacifista Conte s’impegnò ad arrivare al 2% in spese di difesa. Suggerisce al Pd di fare un bel ponte, in alternativa a quello di Messina, tra la Sicilia e il Nordafrica così da fare arrivare tutti. E via di questo passo.

Lei comunica non solo con le parole ma anche con il corpo. Con gli occhi che esprimono ora stupore, ora contrarietà, ora assenso, ora insofferenza. Con le mossette del viso. Una pacchia per i fotografi, che le stanno di continuo addosso. Con le mani e le braccia, che non stanno mai ferme un momento. Uno spettacolo. E il lessico è sempre colorito. Esclama un «ragazzi», come con un «’a rega’» aveva invitato i suoi due vice, Tajani e Salvini, ad alzarsi. Usa un tecnologico «Non apro su questo il file» e in modo compulsivo «Dopodiché». Per ben diciannove volte. Un tic. Al confronto Andreotti, pure lui romano, pareva uno stoccafisso. Una sola volta alzò l’indice e il medio della mano destra. Uscì dall’aula perché – si giustificò – «ci sono delle funzioni non delegabili». Altro che Winston Churchill.

di Paolo Armaroli

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