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Partiti politici italiani identitari

Sorprendersi che il presidente del Consiglio metterà in campo scelte di destra significa avere uno scarso rapporto con la realtà.
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Partiti politici italiani identitari

Sorprendersi che il presidente del Consiglio metterà in campo scelte di destra significa avere uno scarso rapporto con la realtà.
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Partiti politici italiani identitari

Sorprendersi che il presidente del Consiglio metterà in campo scelte di destra significa avere uno scarso rapporto con la realtà.
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Sorprendersi che il presidente del Consiglio metterà in campo scelte di destra significa avere uno scarso rapporto con la realtà.

Forse qualcuno l’ha creduto in buonafede, altri per strumentalizzare. Fatto sta che in tanti – complice l’ordinato e civile passaggio di consegne tra Mario Draghi e Giorgia Meloni – avevano inteso che la leader di FdI, conquistato Palazzo Chigi, si sarebbe mossa sulla scia dell’esecutivo precedente, adottando parti più o meno corpose della (fantomatica) agenda Draghi.

Beh, si sono sbagliati. Meloni è una donna di destra e da presidente del Consiglio metterà in campo scelte di destra e una politica complessiva di destra. Pronti e via, le norme sui rave party o sui medici no-vax ne sono plateale conferma: provvedimenti “identitari” che nella mente della Meloni servono a spiegare all’opinione pubblica che il vento è cambiato e, per usare il suo linguaggio, «che la pacchia è finita». Qualunque cosa significhi. È giusto e certamente legittimo per le opposizioni criticare anche aspramente le misure varate dal governo. Sorprendersi perché le abbia adottate, invece, significa avere uno scarso rapporto con la realtà, cosa che per un politico è esiziale.

E qui arriva il punto cruciale. La presidente del Consiglio continuerà a muoversi nel solco della sua cultura e del suo schieramento di appartenenza potendo contare sul refrain “Ci hanno scelto gli elettori”. Concetto che ha i suoi limiti perché il sistema democratico non è un gratta e vinci, ma che tuttavia ha anche una sua indiscutibile forza.

Bene: stando così le cose, quale dev’essere il comportamento dell’opposizione? Come detto, chiedere a chi sta su banchi opposti a quelli della maggioranza di abbassare la guardia e rinunciare a svolgere il ruolo che, anche in questo caso, gli elettori hanno assegnato alle forze di minoranza è un nonsenso. Vale per i singoli provvedimenti, senza dimenticare che se ce ne sono di validi una opposizione seria deve saper distinguere.

Però poi c’è una questione grossa come una casa e che si chiama equilibrio di sistema. Sono decenni ormai che l’Italia surfeggia sulle onde dell’antipolitica, del populismo e della demagogia. Il risultato è che il Paese affonda nelle sue contraddizioni e i contenitori di centrodestra e centrosinistra sono pecette appiccicate con lo sputo su divisioni strutturali. È conveniente proseguire su questa strada o non bisogna lavorare per modificare il sistema, cercando di riassestarlo?

Diciamolo più chiaro. L’opposizione può compiacersi dall’essere risucchiata in una spirale di antagonismo e radicalizzazione, pensando in tal modo di recuperare consensi. Storicamente però è una strada che giova solo alle forze più estreme e che ha la controindicazione di compattare le forze di maggioranza su un fronte altrettanto radicale e oltranzista. Al dunque vuol dire abbaiare alla luna mentre gli altri governano. Oppure è possibile abbassare un ponte levatoio e ragionare non solo e non tanto sulle singole misure bensì sulle riforme istituzionali e/o di revisione costituzionale che possono rimettere la politica al centro del confronto, spingere i cittadini a riannodare con essa i fili della fiducia e dare al Paese meccanismi di governo più solidi. È ciò che dovrebbe avvenire nella nuova Bicamerale o in qualunque altra sede prescelta. Matteo Renzi è stato il più svelto a capire la posta in gioco e a dichiararsi disponibile: fare da stampella al governo è altra cosa. Conte gigioneggia in attesa di vedere cosa gli sia più conveniente; il Pd resta non pervenuto, assente e perennemente avvinghiato nella sua autoreferenzialità.

È la differenza che passa tra il voler restare il Paese dei guelfi e dei ghibellini, perdendo altro terreno rispetto ai partner europei, o invece il provare a emanciparsi buttando via quintali di zavorra ideologica.

Di Carlo Fusi

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