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Senza sedia

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Annullato il vertice a Ramstein ma l’esclusione di Roma dal vertice a quattro sulla guerra in Ucraina rimane un fatto

Draghi Macron e Scholz

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Annullato il vertice a Ramstein ma l’esclusione di Roma dal vertice a quattro sulla guerra in Ucraina rimane un fatto

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Annullato il vertice a Ramstein ma l’esclusione di Roma dal vertice a quattro sulla guerra in Ucraina rimane un fatto

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No, questo non è un caso di ‘diplomazia della sedia’, il modo non proprio gentilissimo con cui veniva talvolta apostrofata l’ansia tutta italiana di avere un posto in riunioni, vertici e consigli nei più alti consessi internazionali. L’esclusione di Roma dal vertice a quattro sulla guerra in Ucraina, organizzato su iniziativa politica della Germania, è un fatto. Che poi il vertice fissato a Ramstein sia stato annullato, per l’impossibilità del Presidente degli Stati Uniti Joe Biden di lasciare il Paese per la minaccia del terribile uragano Milton, non cambia la realtà.

Il cancelliere Olaf Scholz aveva convocato questo vertice al massimo livello coinvolgendo Francia, Gran Bretagna, ovviamente Stati Uniti d’America e il Presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Non Roma, un’assenza troppo ingombrante per sfuggire all’attenzione non solo della nostra capitale. Tant’è vero che ai malumori giunti dall’Italia la stessa Cancelleria tedesca ha reagito spiegando – in una nota non priva di malizia agli occhi di molti – che le interlocuzioni «con Roma e Varsavia continuano senza sosta».

Italia affiancata alla Polonia, dunque, in una sorta di ‘seconda fila’ diplomatica inaccettabile per il nostro governo. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha reagito all’iniziativa tedesca con tempismo e fiuto politico – che indiscutibilmente non le mancano – invitando a sorpresa lo stesso Volodymyr Zelensky a Roma. Non è lecito dubitare della posizione del nostro governo, espressa e ribadita in innumerevoli occasioni dalla Meloni in persona. Allora, perché quel mancato invito?

Partiremmo proprio da quell’accostamento tedesco fra «Roma e Varsavia», che richiama una realtà da non perdere mai di vista: in termini di aiuto materiale, armi, disponibilità generale nei confronti della crisi determinata dall’invasione russa è evidente che la Polonia non abbia fatto meno dell’Italia. Come minimo. Anche per banali considerazioni geografiche, è su Varsavia che si è abbattuto il peso pratico ed economico di centinaia di migliaia di profughi e la scelta politica dell’immediata apertura delle frontiere a chi fuggiva dai tank e dai missili russi è un dato politico pesante e incontrovertibile.

I nostri balletti sulla fornitura degli armamenti e sull’uso degli stessi non hanno sicuramente contribuito a rafforzare la posizione italiana. Giorgia Meloni è stata ferrea nel confermare la postura italiana con la Russia, ma non può da sola far dimenticare le posizioni palesemente discordanti nella sua maggioranza, i distinguo e talvolta le fughe in avanti.

Non può neppure cancellare quella fotografia di Mario Draghi con Emmanuel Macron e Olaf Scholz in treno diretti a Kiev, nel momento più drammatico dell’invasione russa. Perché, a volte, una sola immagine può spiegare inviti e mancati inviti più di tante teorie. Quando governi le divisioni fanno rumore e vengono annotate dalle Cancellerie mondiali.

Di Fulvio Giuliani

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