Niente da fare, gli italiani hanno in uggia la realtà: meglio il posticcio. Così ciascuno può raccontarsi ciò che vuole e affrancarsi da eventuali responsabilità se le cose vanno diversamente da quanto immaginato.
Prendiamo l’intemerata che è partita sui media a proposito dell’incoerenza di Giorgia Meloni sulle accise. Per prima cosa, è giusto rilevare che quel tira e molla – l’ho detto, non l’ho detto da parte di lei; l’ha detto, non l’ha detto degli esponenti di maggioranza od opposizione e delle persone a qualunque titolo coinvolte, compresi intellò vari e benzinai – risulta oggettivamente il primo, vero svarione comunicativo della presidente del Consiglio. Dovrà per forza recuperare: in che modo non è chiaro, per ora è solo un maelstrom di confusione. Però l’elemento più significativo riguarda la categoria della coerenza: dote una volta in auge e obbligatoria nella grammatica politica e comunicativa, ora derubricata a inutile e fastidioso orpello nel contrappasso del suo rovescio, l’incoerenza appunto.
Che succede? La verità sta nella fascinazione del posticcio e la contraddizione è solo apparente. È tutto falso. Sono false le coalizioni che si sono presentate al voto e questo l’abbiamo sottolineato tante volte. Come sono false le promesse elettorali che gli schieramenti e i rispettivi leader spargono a piene mani in campagna elettorale. Lo sanno loro e lo sanno gli elettori, almeno quelli che ai seggi continuano ad andarci, che fingono di abboccare e poi fanno spallucce, per convenienza o per rassegnazione. È falsa l’incoerenza del dopo voto nel non adempiere agli impegni sottoscritti: se erano falsi prima, perché scandalizzarsi dopo della loro non realizzazione? Sono false le indignazioni e le polemiche che tracimano da destra verso sinistra e viceversa: se i cittadini votano sapendo che è tutto farlocco – dal taglio delle accise al pericolo fascista – perché alzare le sopracciglia nonché stracciarsi le vesti quando le giaculatorie di qualche mese prima delle elezioni si trasformano in mancate realizzazioni, visto che tutti sapevano come stavano le cose? Il risultato è che chi ha vinto non si preoccupa particolarmente perché le elezioni politiche, che assegnano il potere di governare, sono passate e quelle amministrative è noto che si svolgono nel deserto della partecipazione. Mentre chi ha perso sbraita, tuttavia ben sapendo che si tratta di fuochi d’artificio verbali che non cambiano i rapporti di forza e al massimo assicurano qualche comparsata tv.
Il fatto deprimente è che da decenni il confronto politico è una commedia che si distanzia sempre più dalla realtà e dai bisogni degli italiani; come pure allo stesso tempo gli elettori recitano il loro copione allontanandosi dalle urne perché non ce la fanno più, mentre quelli che dicono di credere alle mirabilie dei comizi – veri e in streaming – vanno a votare rimuginando dentro di loro con mestizia che le parole dei frequentatori del Palazzo (non tutti, ma molti sì) sono giocattoli con cui forse divertirsi a patto di non crederci.
“Disse e si contraddisse”, voleva far scrivere sulla sua tomba un gigante come Leonardo Sciascia. Ma lui ne faceva motteggio per i sacerdoti dell’ideologia. I politici di oggi usano l’incoerenza come conferma della loro doppiezza (vedi Giuseppe Conte sull’immigrazione), considerata alla stregua di una rete che conviene in ogni caso lanciare: in termini di voti da parte di cittadini che gioiscono nel coltivare una memoria da pesce rosso, qualcosa che resta impigliato ci sarà. Solo che, avanti di questo passo, governare diventerà un’acrobazia da equilibristi. Difficile credere che un tale carosello sia davvero ciò di cui ha bisogno l’Italia.
Di Carlo Fusi
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Tag: Evidenza
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