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I nuovi criteri di valutazione adottati per la maturità

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La nuova “Griglia di valutazione dell’orale della Maturità 2026”, il parere di una docente con 36 anni di esperienza

Maturità

I nuovi criteri di valutazione adottati per la maturità

La nuova “Griglia di valutazione dell’orale della Maturità 2026”, il parere di una docente con 36 anni di esperienza

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I nuovi criteri di valutazione adottati per la maturità

La nuova “Griglia di valutazione dell’orale della Maturità 2026”, il parere di una docente con 36 anni di esperienza

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Da docente con 36 anni di esperienza, commissario e presidente d’esame, mi vergogno profondamente della nuova “Griglia di valutazione dell’orale della Maturità 2026” da poco diramata: c’è anche (ed è un inedito) la definizione del “Grado di maturazione personale, di autonomia e di responsabilità raggiunto al termine del percorso di studio”. Un indicatore che, da solo, vale fino a 5 punti (sui 20 che può assegnare il colloquio): un quarto del peso totale. La griglia ministeriale divide i candidati in modo inequivocabile e assurdamente precisissimo, tramite cinque fasce di punteggio. Vediamole una per una.

Livello I (0,50-1 punto): per chi «ha raggiunto un grado di maturazione molto parziale e un livello di autonomia e responsabilità incompleto».

Livello II (1,50-2,50 punti): per chi «ha raggiunto un limitato grado di maturazione e di autonomia» e «necessita supporto per gestire scelte e responsabilità».

Livello III (3-3,50 punti): per chi «ha un apprezzabile livello di maturazione; è in grado di assumere decisioni autonome e gestire con sicurezza scelte personali».

Livello IV (4-4,50 punti): per chi «ha un alto grado di maturazione, autonomia e responsabilità; è capace di riflettere criticamente sulle proprie scelte e sul proprio agire».

Livello V (5 punti): per chi «ha un elevato grado di autonomia e maturazione personale; sa gestire responsabilità significative in modo esemplare per gli altri».

Quale docente può avere l’arroganza di definire con 0,5 punti in più o in meno la personalità di un ragazzo? Da quando insegno, cerco in tutti i modi di convincere i miei studenti che attraverso le valutazioni delle prove misuriamo delle prestazioni settoriali che dipendono da tantissimi fattori e non valutiamo né l’intelligenza (ci sono molteplici intelligenze che noi non valorizziamo) né tantomeno il valore delle persone.

Noi insegnanti passiamo da 2 a 5 ore alla settimana coi ragazzi e spesso non per tutto il quinquennio: possiamo soltanto misurare (e con scarsa precisione) i risultati di singole prove in particolari momenti della loro vita. Come possiamo arrogarci il diritto di valutare personalità e crescita umana? Con quale formazione psicologica, con quale perfezione umana e professionale e con quali conoscenze della realtà dei ragazzi? Per giunta con una commissione di soli quattro membri (di cui due esterni) e un presidente che non li conosce.

Alcuni studenti hanno sbagliato indirizzo di studio, altri hanno retroterra scolastici o culturali carenti; oppure hanno bisogno di più tempo per arrivare agli stessi risultati o magari hanno problemi familiari che compromettono la serenità nello studio; oppure ancora devono farsi carico anche delle difficoltà socioculturali dei genitori; o per esempio sono atleti di alto livello che sacrificano ogni momento libero per stare in pari con lo studio. Come possiamo dare lo stesso punteggio in ‘maturità’ a chi frequenta scuole elitarie al centro di Milano senza extracomunitari, senza handicap, con famiglie colte di professionisti da generazioni, rispetto a chi a casa non ha nessuno che può aiutarlo o ad altri ancora con famiglie disfunzionali? Ma anche riguardo a ragazzi con lo stesso background socioculturale noi sappiamo ben poco delle difficoltà o delle responsabilità che sanno assumersi.

Un caso tra tanti: uno studente di elevato livello socioculturale a volte era assente senza dare motivazioni valide. Per caso ho incontrato in negozio la mamma col fratellino gravemente disabile e mi ha detto che il piccolo spesso vuole giocare o stare insieme al maggiore, che è il suo idolo. Pensavo di aver di fronte un ragazzo viziato che restava a letto quando voleva. Invece sentiva la responsabilità del fratello, ma non voleva dirlo per non suscitare pietismo.

Chiedo con disperazione a tutti i docenti e dirigenti scolastici di non accettare di farsi misuratori delle persone. Non è nelle nostre competenze e soprattutto non è da adulti educanti. Rifiutiamoci di classificare con un numero il valore di giovani in crescita. Non possiamo accettare questa ingiustizia verso ragazzi che si affidano a noi.

Di Cristina Agazzi

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