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Il virus della viralità

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C’è un nuovo virus che impazza nella nostra società e fra i giornalisti o presunti tali: quello della viralità, delle view prima e sopra a tutto

Il virus della viralità

C’è un nuovo virus che impazza nella nostra società e fra i giornalisti o presunti tali: quello della viralità, delle view prima e sopra a tutto
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Il virus della viralità

C’è un nuovo virus che impazza nella nostra società e fra i giornalisti o presunti tali: quello della viralità, delle view prima e sopra a tutto
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Il giornalismo è sempre stato fatto di tante cose, anche molto diverse fra loro: riflessioni ‘alte’ e particolarmente acute, inchieste in grado di far cadere governi e in qualche misura incidere sul corso della storia ma anche – e per fortuna, aggiungiamo – sguardi molto più ‘terra terra’ sui fatti della vita, sui comportamenti delle persone. Da che stampa è stampa, la curiosità morbosa non è mai mancata: se pensiamo di aver inventato qualcosa nei nostri tempi con l’ossessiva attenzione ai fatti di cronaca nera, converrebbe andarsi a rileggere per esempio le cronache minuziose e pruriginose dei grandi processi degli anni Cinquanta. Veri e propri show popolari, per i quali la gente si metteva in fila all’alba davanti alle aule dei tribunali. A essere radicalmente cambiati sono i mezzi, più delle persone. Oggi con uno smartphone fra le mani e le apparentemente infinite possibilità offerte dai motori di ricerca e dall’intelligenza artificiale, più o meno tutti ritengono di possedere gli strumenti per scoprire, improvvisarsi – questo è un passaggio che meriterebbe un’analisi psicologica – più che giornalisti investigativi (novelli Bob Woodward e Carl Bernstein che tirarono fuori il caso Watergate) delle star dei social. Quello a cui si punta, nella grande maggioranza dei casi, è individuare la notizia ‘virale’ in grado di fare del mio profilo un profilo da grandi numeri. Le view prima di tutto, sopra di tutto. Quasi nessuno nota l’eco vagamente inquietante da un punto di vista etimologico di ‘virale’, tutto quello che sembra interessare a un esercito di moralizzatori della domenica è beccare la notizia che li renda famosi. Magari un po’ più dei celeberrimi 15 minuti di Warhol ma per cominciare possono andar bene. Per quei 15 minuti, per quella ‘viralità’ si può passare sopra a tutto e a chiunque, ignorando bellamente dignità e sensibilità altrui. Una donna che gestiva una pizzeria nella provincia italiana può diventare in un giorno eroina del progressismo e in due essere additata al pubblico ludibrio. Poi succede che venga ritrovata morta – probabilmente suicida – e al dolore e all’incredulità si sommano domande severe e senza risposta. Almeno ci venga risparmiata l’ipocrisia della sorpresa: in un Paese che ha dimenticato il garantismo, che ha costruito fortune politiche e stravolgimenti sociali sulla base del dito puntato, della distruzione scientifica e sistematica dell’immagine e della vita altrui, il successo e la popolarità di chi si erga a fustigatore di costumi e tribunale inappellabile sono un’ovvietà. Disgustosa come la presunzione di colpevolezza che sembra aver sostituito quella d’innocenza. Proviamo a riflettere: l’uso dei condizionali, a cui sono state allevate generazioni di giornalisti, sembra solo un vezzo di tempi antichi. Si spiattellano nomi, volti, storie con i crismi dell’ufficialità e della certezza senza alcuna verifica. Problema che riguarda in particolar modo i giornalisti, certo, ma che il meccanismo stesso dei social imporrebbe a ciascuno di noi. Prima di considerare chi con la comunicazione ha un rapporto professionale, dovrebbe infatti valere per tutti il vecchio, caro senso di responsabilità. Invece nulla: si può calpestare, maciullare la vita altrui e pazienza se qualcuno meno formato, addestrato, abituato alla pressione mediatica e all’attenzione spasmodica della pubblica opinione non regge e si spezza. Sarà soltanto un danno collaterale davanti al quale scrollare le spalle e andare avanti a compulsare i feed, fino a trovare la prossima notizia da cavalcare. La prossima persona da distruggere con suprema indifferenza. di Fulvio Giuliani
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