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L’androide di massa

Da sempre il bisogno di identificazione in un gruppo fa parte dell’essere umano. Sociologi, scrittori e psicoanalisti hanno cercato di dare una spiegazione a quell’automatismo, in gran parte inconscio, che diventa minaccia quando la moltitudine tende a farsi branco.

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Tra i ragazzi del ‘68 usava molto la schedatura ideologica. Qualcosa tra intimidazione e diffida: «E tu, come ti collochi?». Dalla risposta dipendeva l’accettazione o meno nel consorzio. Da sempre, del resto, il meccanismo di appartenenza e identificazione dell’individuo nel gruppo – movimento, corteo, piazza fisica o mediatica – agisce secondo un automatismo in gran parte inconscio, che diventa minaccia all’autonomia di ognuno ogni volta che la moltitudine tenda a farsi branco.

Freud stesso identificava nella chiesa e nell’esercito le istituzioni più totalizzanti: dove il singolo, tra repressione e manipolazioni, rischia l’annullamento del senso critico e della responsabilità, mentre l’identità stessa si riduce a parte di un Tutto.

Certo, il fenomeno è tanto più evidente nel delirio delle dittature, dove la massa acclama l’unico Capo e nell’esaltazione collettiva – tra pulsioni d’amore e morte – tende a identificarsi in lui: riproducendone il gergo e le posture, poco importa se grottesche o goffe. Il sociologo Gustave Le Bon, vissuto tra l’Ottocento e il Novecento, fu tra i primi a capire e interpretare a fondo il ‘diritto divino’ delle masse. Ma le intuizioni più lungimiranti le dobbiamo ancora a Freud: che all’amico Romain Rolland, entusiasta del ‘sentimento oceanico’ espresso dalle piazze bolsceviche, rispose con freddo pessimismo, anticipando l’essenza del comunismo e la parabola della dittatura.

Si è anche detto che le rivoluzioni nascono nel sangue e muoiono nella carta bollata: dall’ebbrezza dell’assalto al Palazzo alla frustrazione di trovarlo vuoto.

Le dinamiche collettive trascendono epoche storiche e strutture politiche. Non riguardano solo i regimi autoritari. In ogni società e in ogni tempo si creano formazioni dove il dilemma dell’uomo, per citare Schopenhauer, riproduce la condizione del porcospino: che teme di ferirsi avvicinandosi al suo simile, ma di perdere identità isolandosi dagli altri.

Rischiando poi un vuoto peggiore nell’irresponsabilità della moltitudine. Non mancano in proposito importanti riferimenti letterari.

Il Conformista di Moravia, personaggio mediocre, di labile personalità e ignaro d’ogni tempra morale, coltiva un suo ideale di normalità perfetta: uomo a una dimensione (Marcuse), ovvero senza qualità (Musil). Solo come sicario fascista troverà una sua precaria identità: crollato il regime, eccolo già pronto per un antifascismo militante.

Un bel dramma teatrale di Jonesco, “Il Rinoceronte”, racconta di un piccolo paese i cui abitanti subiscono una strana metamorfosi, un contagio che trasforma gli uomini in rinoceronti, in un misterioso processo di conformismo e ‘normalità’: quando la libera intelligenza lascia il posto al riflesso condizionato. Nel finale lieto della favola di Collodi, Pinocchio diventa un bimbo vero che guarda il pezzo di legno che è stato. Inerte, meccanico. E si stupisce: «Ero io, quel burattino?».

Di Gian Luca Caffarena

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