La difesa comune passa dalla trincea industriale
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Cooperare per crescere, non per vendere. La delicata questione della Difesa comune europea e delle aziende strategiche italiane.
La difesa comune passa dalla trincea industriale
Cooperare per crescere, non per vendere. La delicata questione della Difesa comune europea e delle aziende strategiche italiane.
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La difesa comune passa dalla trincea industriale
Cooperare per crescere, non per vendere. La delicata questione della Difesa comune europea e delle aziende strategiche italiane.
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AUTORE: Massimiliano Lenzi
Il generale Claudio Graziano, capo del Comitato militare dell’Unione europea, ha sottolineato durante un’audizione alla sottocommissione Difesa del Parlamento europeo che la forza di intervento di cui l’Unione ha cominciato a discutere dovrebbe partire con «l’aspettativa di svolgere assieme attività di training ed esercitazione, ovvero ciò che manca ora allo Eu Battlegroup», il corpo militare tattico da 1.500 soldati «le cui esercitazioni spettano agli Stati». Il generale ha anche aggiunto che a oggi «i mezzi militari vengono messi a disposizione dagli Stati membri», da qui la necessità strategica dell’Ue di potersi muovere autonomamente.
Per farlo, aggiungiamo noi, oltre a un esercito comune occorrerebbe anche un accordo tra i diversi Paesi europei che credono nell’esercito Ue (Francia e Italia in testa) e le grandi aziende strategiche nazionali del settore militare e delle armi, della tecnologia, della cantieristica e dell’aerospaziale. Il tema è più che mai di attualità in queste ore in cui si parla di Oto Melara, azienda controllata da Leonardo e leader nella produzione di cannoni navali, che fa gola al colosso franco-tedesco Knds. Il ministro della Difesa italiano, Lorenzo Guerini, ha sottolineato come ci sia grande attenzione da parte del governo sulle scelte da compiere per una divisione «che produce prodotti di assoluta eccellenza», ribadendo di essere concentrato sul dossier Oto Melara e di aver avviato un confronto con Leonardo e con altre realtà industriali italiane potenzialmente interessate. Del dossier fa parte pure l’azienda italiana Wass (anche questa fa gola a Knds), attiva nel settore della costruzione di sistemi di difesa subacquei, come siluri o sonar.
L’obiettivo esplicito del governo è puntare al mantenimento di «un presidio nazionale aperto alla cooperazione industriale europea». Per andare verso una difesa comune, infatti, non si può che cominciare da qui. Si tratta adesso di spiegare bene alle aziende private in settori così strategici che nessuno vuole mettere in discussione la loro libertà d’impresa ma che esistono prodotti e materie – tra cui, per esempio, la cantieristica – che riguardano l’interesse nazionale. Trovare una sintesi, nell’interesse italiano, tra queste due esigenze e vigilare su un settore così delicato è perciò sempre più urgente. Anche per evitare che si ripetano situazioni come quella descritta nei giorni scorsi dal quotidiano statunitense “The Wall Street Journal”: una società cinese, controllata dallo Stato, ha acquisito nel 2018 la Alpi Aviation Srl, un’azienda italiana che produce droni militari, con le autorità italiane ed europee all’oscuro dell’iniziativa e ora, speriamo, alla rincorsa dell’accaduto.
di Massimiliano Lenzi
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