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L’SMS è vivo, ma non lotta più con noi

Il messaggino che fu. Il clamoroso blackout di WhatsApp, Instagram e Facebook ha portato un senso di spaesamento soprattutto per gli adulti che sono stati obbligati a riscoprire gli SMS; i ragazzi, invece, hanno subito trovato la soluzione utilizzando, ad esempio, Telegram.

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Si è molto ragionato sugli effetti collaterali del clamoroso blackout planetario di WhatsApp, Instagram e Facebook di martedì pomeriggio (per noi, in Italia). In particolare, sul senso di spaesamento che ha colto decine di milioni di persone davanti all’impossibilità di accedere all’App che ha rivoluzionato l’idea stessa di comunicazione in tempo reale, riuscendo a diventare sinonimo di messaggistica a livello globale.

A ben vedere, questo horror vacui ha coinvolto in modo particolare gli adulti, ormai totalmente assuefatti all’uso di WhatsApp per la quasi totalità delle proprie comunicazioni professionali e personali. Quanto ai ragazzi – un po’ per flessibilità generazionale, un po’ per abitudini consolidate – non l’hanno fatta troppo lunga, adattandosi in un lampo alla concorrente Telegram o alle chat interne dei social più popolari. Hanno atteso senza drammi il riavvio di Whatsapp e Instagram e probabilmente non si sono neppure accordi del blocco di Facebook, per loro equivalente alle pitture rupestri dell’età della pietra.

Questa capacità di adattamento è interessante dal punto di vista strettamente generazionale, ma anche perché ci ricorda la naturale e continua evoluzione del mondo digital.

WhatsApp sembra esistere da sempre e un suo momentaneo blocco genera una specie di cataclisma mondiale, ma in realtà parliamo di una storia tutto sommato giovane. In origine fu l’apparizione dell’SMS, acronimo di Short Message Service, un’invenzione che fu accolta anche da non poco scetticismo fra i leader delle telecomunicazioni dell’epoca. Ci fu chi si spinse a chiedere sarcasticamente perché mai utilizzare il telefono per scrivere un messaggio.

Una cantonata degna di quella leggendaria, presa dall’allora Ceo di Microsoft, Steve Ballmer, al lancio dell’iPhone, da lui definito «senza speranza». Fra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila l’esplosione degli SMS fu pirotecnica, garantendo alle società di gestione di telefonia introiti stellari. Lo Short Message viaggiava (e viaggia) sulla rete Gsm, consentendo un’immediata monetizzazione.

Poco tempo dopo si scoprì e sfruttò l’uso delle reti di dati sulla portante del Gsm. Infrastrutture in cui lo scambio di messaggi è solo parte di un gigantesco flusso, non monetizzabile per ogni singolo invio. Ecco la rivoluzione simboleggiata da WhatsApp. L’SMS è finito in soffitta in un lampo e martedì gli adulti sono stati costretti a riscoprirlo, trattandolo con nostalgica deferenza, manco fosse il vecchio giradischi ritrovato in cantina.

Quanto alle Generazioni Z e Alpha, l’hanno totalmente ignorato, come Facebook. Per chi è nato fra il 1995 e il 2010 semplicemente non è mai esistito. La verità è che la ruota dell’era digitale gira a velocità pazzesca e non c’è abitudine, moda, strumento dei nostri giorni che possa durare troppo a lungo.

 

di Marco Sallustro

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