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Non tarpiamo scorrettezze e libertà, ingredienti della cultura

A forza di politically correct rischiamo di perdere la commedia all’italiana. Non censuriamo scorrettezze e libertà, ingredienti del miglior cinema.

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La libertà non si spiega, si pratica. E il cinema italiano (come del resto quello di tutto il mondo libero) l’ha praticata per decenni – a volte con gusto, altre volte con meno grazia – con il pubblico sempre libero, di volta in volta, d’apprezzare o di fischiare. Dialoghi senza autocensure, scene di sesso, battutacce da caserma e raffinatezze. Oggi qualcosa è cambiato. Sarà il cacasottismo, come l’abbiamo definito su questo giornale ovvero un eccesso di prudenza politicamente corretta, oppure la stanchezza dei tempi, ma qualcosa è cambiato.

A denunciare questa regressione è stato giorni fa il regista e sceneggiatore Enrico Vanzina raccontando un aneddoto che lo riguardava. Chiamato a scrivere il testo di un film si è sentito raccomandare un’indicazione dalla produzione: niente sesso e niente tradimenti. Insomma, alcuni limiti alla sua creatività artistica. Oggi Il sesso non è più solo sesso. È un campo di battaglia politica. Se giri una scena etero magari si arrabbiano i gay, se giri una scena gay magari si arrabbiano le famiglie tradizionaliste, e in entrambi i casi è possibile che lamentino una scarsa considerazione i trans, le lesbiche e via discorrendo. L’equazione che si va formando appare preoccupante: politicamente corretto = meno libertà. Si tratta di riflettere su questa eguaglianza perché rischia di liquidare non solo scene indimenticabili ma pure dialoghi di film cult, compresi quelli della commedia all’italiana dove il dileggio, il dissacrare, la ferocia dell’ironia sono ingredienti costitutivi della scrittura stessa.

Prendiamo uno dei film di maggiore successo dei Vanzina, Carlo ed Enrico, “Vacanze di Natale”, e peschiamo un dialogo. Un padre, Giovanni, e sua moglie entrano nella camera dove dorme il figlio Roberto (interpretato da Christian De Sica) e lo trovano a letto con un uomo. Ecco la scena. Il figlio: «Papà, a te t’ha fregato il benessere, tu facevi il capo mastro. Invece oggi c’hai i soldi e te scandalizzi. M’hai mandato in America, a New York, tzz, noi semo de Frascati. Mamma gioca a gin al circolo Canottieri e se veste da Versace? Tu metti l’orologio al polso come Gianni Agnelli? E io vado a letto con Leonardo Zartolin, perché nun se po’?». Il padre rivolto alla moglie: «No, nun se po’, nun se po’. Comunque è tutta corpa tua». La moglie al marito: «Ah sì, è corpa mia se c’abbiamo er fijo frocio».

Oggi un dialogo come questo susciterebbe probabilmente una marea di proteste e magari pure qualche interrogazione parlamentare. Eppure in quel meccanismo narrativo del sesso, della sorpresa e della scorrettezza è racchiusa tutta la sapidità della commedia all’italiana. La sua natura di feroce sveglia alla società con i suoi vizi, i suoi tic e le sue fobie. Senza bavagli.

Ne “Il sorpasso” di Dino Risi c’è una scena dove Vittorio Gassman, che interpreta Bruno, il protagonista, spiega al suo compagno di viaggio Roberto (impersonato da Jean-Louis Trintignant) che il custode della casa di campagna degli zii, da lui incontrato per la prima volta, è senz’altro gay. Ecco il dialogo. Roberto: «Occhiofino, sapessi quante volte mi ha tenuto in braccio». Bruno: «Eh lo credo, non avevo mai visto una checca di campagna». Roberto: «Ma che dici?». Bruno: «Non mi dirai che non lo sapevi, è così evidente. E poi scusa secondo te perché lo chiamano occhiofino?». Roberto: «Così, per soprannome». Bruno: «Ma che soprannome! Occhiofino, finocchio, è chiaro». “Il sorpasso” è considerato un capolavoro dalla critica ma oggi, con quei dialoghi, chissà se troverebbe un produttore disposto a rifarlo. Senza tagli.

di Massimiliano Lenzi 

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