Opinare su Israele
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Sono bastati pochi giorni e i 1.200 civili israeliani massacrati nei modi più turpi sono diventati per taluni (non così pochi) un danno collaterale
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Sono bastati pochi giorni e i 1.200 civili israeliani massacrati nei modi più turpi sono diventati per taluni (non così pochi) un danno collaterale
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Sono bastati pochi giorni e i 1.200 civili israeliani massacrati nei modi più turpi sono diventati per taluni (non così pochi) un danno collaterale
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AUTORE: Fulvio Giuliani
Prendete la bandiera di Israele: perché, in Italia e in pieno Terzo millennio, tanti ancora oggi non riescono a esporla in quanto tale? Perché si sente la necessità – quasi l’‘obbligo’ – di affiancarla alla bandiera della pace o alla bandiera palestinese? Non bastano neppure i neonati uccisi nella culla e i bambini sgozzati per esporla senza avvertire l’urgenza di aggiungere, specificare, distinguere. Sono bastati pochi giorni e i 1.200 civili israeliani massacrati nei modi più turpi da un’orda barbarica diventano per taluni (non così pochi) un danno collaterale. Il civile palestinese intrappolato dai terroristi di Hamas è la prova di un crimine perpetrato dallo Stato di Israele dal giorno stesso della sua fondazione. Di più: Hamas invita gli abitanti di Gaza a non allontanarsi dalla città, ignorando gli avvertimenti dei vertici militari israeliani, perché vuole la loro morte. Ha bisogno di cataste di cadaveri, per seppellirvi qualsiasi ipotesi di pace e convivenza.
Non sono degni, invece, di pietà umana la coppia freddata in auto da un terrorista senza Dio, i ragazzi inseguiti uno a uno nel deserto per essere finiti a colpi di kalashnikov, chi lavorava nei campi, chi si preparava a una riunione di famiglia nel giorno di festa, le mamme che cercavano di mettere a riparo dalla furia omicida i propri figli (come altre mamme ottant’anni fa protessero con il corpo le proprie creature dal colpo di fucile del soldato nazista, per non fargli vedere l’arrivo della morte), i ragazzi che decidono di vivere quelli che sarebbe potuti essere gli ultimi istanti immortalando un bacio, perché si sapesse che loro avevano scelto di vivere e di amare. Non sono degni i tanti, ancora oggi in numero imprecisato.
La procedura la conosciamo benissimo: si trascina di peso l’orrore di oggi in un contesto di guerra lungo settant’anni, lo si descrive come un episodio – raccapricciante quanto si vuole, ma non dissimile da altri – di un conflitto le cui ragioni possono essere soltanto di una parte. L’orrore in quanto tale così non esiste più: è la conseguenza inevitabile di un comportamento letto come colpa inemendabile di Israele. Viene ‘compreso’ come pura reazione, arrivando a giustificarlo come atto di guerra.
Passate le prime ore, è arrivata come una valanga annunciata l’equidistanza, la ricerca affannosa delle cause lontane di quegli a Ak47 e coltellacci comparsi nei kibbutz. Un’insopprimibile voglia di condannare senza farlo fino in fondo, come nel caso della lettera pubblica di Patrick Zaki, scritta dopo le polemiche per il suo dire e non dire. Siamo fermamente convinti che lo Stato italiano abbia fatto benissimo a lottare per la sua libertà, che sia un nostro merito la possibilità che gli riconosciamo di farci anche arrabbiare. Resta il fatto che in quella lettera Hamas venga citata una sola volta e non per indicarla come responsabile di un atto di pura barbarie, ma per respingere il sospetto di poter essere considerato un suo militante. Non una parola di condanna per la mattanza degli israeliani, ma soltanto appelli generici a favore di tutti i civili. Qualsiasi cosa, pur di non nominare Israele. Anche gli ostaggi, nell’augurarsi una pronta liberazione, sono quelli ‘italiani’. Certo, la lettera di Zaki è indirizzata alla stampa del nostro Paese, ma balza agli occhi una mentalità.
E poi i guitti dei talk tv: dall’Ucraina a Israele, servono come il pane per fare ascolti. Dicono bestialità con la faccia compunta di chi sta spiegando verità dolorose e ignote al popolo bue, corteggiati sperando che facciano casino e se ne vadano fintamente indignati. Vengono invitati in nome della “libertà di parola“. Come se in virtù di questo sacro principio dovessimo accettare la libertà di esprimere sciocchezze o incitare all’odio. Ci compatiscono se non ‘comprendiamo’, chissà se questi megafoni del nulla pensino di poter comprendere anche Bergen Belsen.
Di Fulvio Giuliani
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