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Perché abolire l’obbligatorietà dell’azione penale

La giustizia penale ha molti problemi: sovraccarico giudiziario, alla disorganizzazione, la mancanza di personale e la litigiosità eccessiva. Queste sono alcune delle tematiche a cui trovare delle soluzioni.

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I mali che affliggono la giustizia penale in Italia? Tanti. La questione “giustizia” non è solo la riforma del Consiglio superiore della magistratura; sono tanti altri aspetti di criticità sostanziale che derivano da modelli pensati per contesti diversi da quelli attuali. Parlarne è necessario, ma non è certo semplice. Significa trattare questioni tecniche, spesso prive di interesse per chi è estraneo a simili tematiche. Ciò che è possibile – posto l’accento sul fatto che la giustizia è istituzione irrinunciabile in ogni Paese civile, essenziale per garantire il rispetto degli equilibri sottesi ai rapporti tra consociati – è individuare quali siano gli interventi in difetto dei quali non sarà assolutamente possibile attuare una concreta riorganizzazione di un sistema ormai collassato. Ovviamente si tratta di opinioni che sono frutto della personale esperienza di chi affronta professionalmente queste problematiche; convinzioni, dalle quali è lecito dissentire, derivate da operatività quotidiane che segnalano, costantemente, problematicità indifferibili.

Il primo problema della giustizia penale è quello del sovraccarico giudiziario: disorganizzazione, mancanza di personale, impreparazione di quello esistente, litigiosità eccessiva, ben oltre la logica, degli italiani; per citare le più eclatanti ragioni di occlusione giudiziaria. La durata dei processi, giunta al limite di indurre alcuni a ritenere civile abrogare la prescrizione, svuota di significatività il diritto-dovere di punire: condannare per un furto alla reclusione a distanza di sette anni dal fatto è atto privo di logica, ingiusto, dimostrativo del fallimento delle istituzioni. Diminuendo il carico giudiziario, si inizierebbe a contenere questa abnormità. Come?

Una delle soluzioni preliminari, irrinunciabili, consiste nell’abolizione dell’obbligatorietà (costituzionalmente stabilita, art. 112) dell’azione penale. Ovverosia il principio in virtù del quale ogni notizia di reato (denuncia o altro) impone il processo. Di fatto già da tempo in fase di disapplicazione strisciante: definita procedibilità prioritaria, ovverosia si deve tenere conto, per processare, del fatto che sarebbe insensato oltre che impossibile prescindere dalla considerazione della gravità del reato, dalla condizione della vittima, dall’esistenza di misure limitative della libertà personale. Più specificamente: ha senso agire in relazione a vicende del tutto prive di significatività criminale, prive di allarme sociale? Perché dovrebbe essere un problema eliminare la finzione (inattuale) dell’obbligo di dar seguito a un processo per ogni denuncia o querela o referto? La decisione su quali notizie di reato perseguire può serenamente essere demandata al pubblico ministero, il quale non avrebbe alcuna ragione per venir meno al suo dovere di selezionare le iniziative giudiziarie sulla scorta di indicatori tutti oggettivamente predefiniti. Nessun rischio, pertanto, di omissività strumentali. Un primo passo – realistico, non traumatico – posto che si rinunci all’illusione di un’obbligatorietà impossibile. Senza lasciare impunite condotte per le quali non è necessario un processo, posto che il fine non è punire ma scoraggiare ed educare, sanzionando con misure alternative, socialmente utili.

 

Di Cesare Cicorella

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