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Sottosopra

In Italia il problema è la giustizia inerte. È inammissibile che si siano dovuti attendere tredici anni per accertare la verità di quanto accaduto a Stefano Cucchi.

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Carabinieri condannati per la morte di Stefano Cucchi e Italia condannata per la morte di un bambino. Dietro due storie orrende, fra loro lontane, s’intravvede un problema enorme, collettivo, che inspiegabilmente non riesce a imporsi all’opinione pubblica, quindi alle forze politiche, per quel che è. Il problema della giustizia. Due Carabinieri sono sicuramente colpevoli di omicidio preterintenzionale, per altri due deve essere riformulata la pena. Significa che non intendevano uccidere, ma l’hanno ucciso con i loro maltrattamenti. Prima di andare oltre è necessario fissare un punto: è del tutto ininfluente cosa abbia fatto o non fatto Cucchi, come è barbarie intrattenersi sul suo stile di vita o sulle sue condizioni fisiche (che, semmai, imponevano cure, non botte); è ininfluente perché l’incolumità fisica deve essere garantita a chiunque sia custodito nelle mani dello Stato. Sempre. Le donne e gli uomini in divisa non smettono d’essere persone con le loro emozioni, ma la divisa impone loro il controllo delle reazioni e impone a noi l’obbedienza ai loro ordini. Chi ha torto o ragione lo stabilirà un giudice. Cucchi il suo giudice non lo ha mai incontrato, è stato ammazzato prima. Ma questa è solo una premessa, perché dietro c’è molto altro. L’omicidio è del 2009. I familiari denunciarono immediatamente l’accaduto. Io stesso, in un incontro pubblico, sostenni quel che sosterrei ancora: non potevano dar del colpevole a chi ancora doveva essere processato. Lo impongono il diritto e la civiltà. Ma diritto e civiltà vengono massacrati se per accertare una roba simile si devono aspettare tredici anni. È inammissibile.

A questo si aggiunga che taluni esponenti dell’Arma dei Carabinieri si mostrarono non propriamente collaborativi. In queste ore sono stati condannati per l’azione di depistaggio, ma si tratta di una sentenza di primo grado e quindi, come sopra, non siamo autorizzati a dirli colpevoli. Ce la faremo per questo secolo? Nel processo che li riguarda l’Arma si è costituita parte civile. Ha fatto bene. Significa che ritiene il comportamento degli imputati un danno per l’intera Istituzione. Vero. Ma non basta per nulla dire, dopo la sentenza di primo grado, che le loro furono «condotte lontane dai nostri valori». Non basta perché l’Arma ha una catena gerarchica e la responsabilità di vigilare sul rispetto di quei valori. Qui non solo un cittadino è stato ammazzato, ma alti gradi avrebbero depistato. C’è un problema serio, dentro e in capo all’Arma. E più si è convinti, come siamo, che si tratta di una colonna portante dello Stato di diritto, più lo si deve dire chiaro e tondo.

Cucchi è stato ammazzato, ma non è la sola devianza di cui siamo a conoscenza. Anche in casi più recenti abbiamo dovuto assistere sia a condotte inammissibili, in caserma, sia all’esistenza di chat ove ci si esprime da teppisti, più che da Carabinieri. Esiste un problema interno di controllo e un problema di giustizia nella repressione. I Carabinieri svolgono la loro giusta funzione nell’altra vicenda. Quando si legge che l’Italia è stata condannata, presso la Corte europea dei diritti dell’uomo (che non è un organo dell’Unione europea, poniamo un freno all’ignoranza giornalistica), per non avere prevenuto l’uccisione di un bambino, si resta perplessi. Non si può essere responsabili di non avere impedito e neanche di un errore giudiziario. Se ne commettono ovunque e non sono cancellabili. Ma leggendo la sentenza ci si rende conto che il problema è un altro: una madre si rivolge ai Carabinieri, ripetutamente denunciando le violenze del marito; i Carabinieri riferiscono all’autorità giudiziaria; la Procura non provvede. Il problema non è non avere prevenuto, ma considerare un pericolo manco pervenuto. La giustizia inerte, questo è il problema. Ne prendano atto quelli che sostengono l’obbligatorietà dell’azione penale sia l’antidoto a quel che quotidianamente succede. Condannata è l’Italia, ma mai – dicasi mai – lo Stato procede a rivalersi sul magistrato responsabile. Il che li rende irresponsabili. Questo è il problema. Ora mettete cose come queste a confronto con l’animato e sconclusionato dibattito politico e corporativo su quale debba essere il sistema per eleggere i membri del Consiglio superiore della magistratura, che sarebbe dovuto essere presidio costituzionale d’indipendenza ed è finito presidiato dalla correntocrazia politica e spartitoria. E non è un problema di destra e sinistra, ma di sopra o sotto il minimo della civiltà e del diritto.

di Davide Giacalone

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