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Staino e Bobo

Le due donne di Staino e Bobo

Le due donne di Sergio Staino e Bobo (il personaggio che ha reso celebre Staino). Dall’antiappennino toscano ad avatar del militante postcomunista italiano
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Piancastagnaio è un paesino di neanche 4mila anime abbarbicato sul monte Amiata nell’Antiappennino toscano, stretto fra la Val di Paglia, la Val d’Orcia e la Maremma. Una zona conosciuta durante la Seconda guerra mondiale per le cave di mercurio e non certo per dar natali ai fumettisti. Nondimeno, il caso vuole che il padre di Sergio Staino sia un carabiniere del Sud a cui tocca in sorte l’assegnazione in questo remoto angolo d’Italia. Così i primi cinque anni del piccolo Staino sono segnati dalle ristrettezze della vita montanara e del conflitto, con l’unica evasione possibile rappresentata dai fumetti Disney disegnati da Carl Barks. Sono i soli – fra quelli stranieri – che Mussolini non ha ancora vietato, ma col tempo la guerra consuma la carta come gli uomini. Allora la mamma lo invoglia a disegnarne di suoi. È la prima donna della vita di Staino che forma la sua carriera di fumettista. Nel 1945, con la pace, la famiglia si trasferisce a Firenze dove però il giovane artista si macchia di un assassinio. Non si tratta tuttavia d’una emulazione caravaggesca, ma di un pulcinicidio. Staino, con gran scorno del nonno (allevatore dilettante), uccide un piccolo di gallina calpestandolo. È la prima prova della sua malattia agli occhi, ancora troppo lieve perché venga capita. E anche se fosse, non vi sono delle vere cure. Staino lo scoprirà col tempo. Già drammatica per qualsiasi persona, non c’è infatti una malattia peggiore per un disegnatore d’una retinopatia degenerativa. La perdita della vista è progressiva e inesorabile, mentre il nero delle macchie che si moltiplicano ruba ogni luce e forma. Nonostante ciò, il futuro vignettista decide comunque di dedicarsi alla sua passione in barba a questo dio che si diverte a versare china nei suoi occhi quasi come contrappasso dell’inchiostro dei suoi disegni. Intanto, finché vede, studia e s’impegna nella militanza politica: in un’Italia ormai diversissima da quella attuale spreca fin troppo tempo coi marxisti leninisti in masturbazioni sulla perfezione dei comunismi cinese e albanese, mentre dopo la laurea (ottenuta nonostante un curriculum scolastico brillante ma problematico) rinuncia alla possibile carriera d’architetto. Corre l’anno 1979 ed è Bruna Binasco, la splendida peruviana per cui Staino ha lasciato da un lustro la sua prima moglie, che lo spinge a sottoporre i suoi lavori a “Linus”, la rivista-tempio del fumetto italiano. Se è vero che le sue strisce apparivano da qualche tempo sui giornali locali, la svolta per Bobo – il suo alter ego fumettistico – avviene soltanto quando manda finalmente i suoi disegni al direttore Oreste del Buono. Binasco è quindi la seconda e ultima donna che plasma lo Staino fumettista. Bobo ha più la stazza di Mario Brega che del suo autore, ma è un doppelgänger animato dagli stessi dubbi e ugge. Il tratto tremulo e incerto di Staino gli dona però leggerezza, lasciandolo libero di esprimere le contraddizioni in seno alla sinistra italiana. Tanto che il personaggio viene eletto a rappresentante ideale dell’ingenua e spontanea buona volontà dell’attivista. Un lungo viaggio, quello da Piancastagnaio ad avatar dell’uomo di sinistra preoccupato per il suo prossimo.   di Camillo Bosco

VOTO:

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