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Vorremmo vedere la musica non solo e sentirla

Il fascino del Festival di Sanremo è legato a quella nostalgia che ci teneva incollati alla tv anche in passato, ma sarebbe bello potersi concentrare sulla musica invece che sulle solite marchettate.

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Siamo irrecuperabili. Anche quest’anno non abbiamo potuto fare a meno di vedere il Festival. Non senza pentimenti, turbamenti, ripensamenti e tanti altri -enti.

Una reazione ormai fisiologica: ogni anno ci mettiamo comodi davanti al televisore e ogni anno ci arrabbiamo per la troppa pubblicità, i tempi esagerati, le battute scontate, alcune canzoni davvero inascoltabili.

Ma perché allora farsi del male in continuazione? Perché tutto questo masochismo musicale? La risposta è forse quella più scontata: la musica, quella suonata dai musicisti del Festival.

Già, i musicisti. Avete presente quei personaggi dietro o davanti o a lato dei cantanti, con tutti quegli strumenti strani? Professionisti che hanno dedicato la loro vita alla musica, quella vera, quella fatta di arrangiamenti a volte impensabili, arrotolati attorno a canzonette che altrimenti sarebbero opache, senza spessore, scontate.

Tutti artisti con una preparazione tecnica impressionante: quando li guardi suonare capisci che sono perfettamente a loro agio con qualsiasi pezzo del Festival. Riccardo Maffoni, cantante bresciano di Orzinuovi (stesso paese natale di Cesare Prandelli) che vinse il Festival 2006 nella categoria Giovani, ci ha raccontato la sensazione che si prova cantando sul palco dell’Ariston: «La prima volta rimani scioccato: senti a un certo punto un’esplosione di suoni che letteralmente ti sostiene, è una cosa pazzesca».

Non condividiamo le scelte della regia che, ogni anno, indugia su acconciature, bracciali e tacchi da brivido. È il Festival della musica italiana, quindi vogliamo vedere meglio chi la musica la fa. Vogliamo che i nostri figli vedano bene certi assolo di chitarra e che capiscano da dove nascono i ritmi sincopati dei percussionisti.

Il Festival di Sanremo è anche il nostro passato. E la nostalgia, quella sana, è quella che ti mantiene con i piedi per terra, che ti ricorda chi sei proprio perché sei stato qualcuno e sei stato con qualcuno.

Il Festival lo si guardava la sera con mamma e papà, che ti lasciavano andare a letto un po’ più tardi. La finale era di sabato: ce ne stavamo al caldo, davanti alla tv, ascoltando gli stessi commenti che ora da genitori facciamo noi, del tipo «Ma guarda come si concia quello lì, dove vuoi che vada uno che si chiama Rossi di cognome».

Correva l’anno 1982, e quel qualcuno decise di andare al massimo. Viva la nostalgia.

di Daniel Bulla

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