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Cinguettando l’addio alla sua creatura

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Il fondatore di Twitter, Jack Dorsey, lascia la sua creatura, dopo che gli azionisti da tempo ne chiedevano le dimissioni. Al suo posto l’indiano Parag Agrawal.

Cinguettando l’addio alla sua creatura

Il fondatore di Twitter, Jack Dorsey, lascia la sua creatura, dopo che gli azionisti da tempo ne chiedevano le dimissioni. Al suo posto l’indiano Parag Agrawal.
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Cinguettando l’addio alla sua creatura

Il fondatore di Twitter, Jack Dorsey, lascia la sua creatura, dopo che gli azionisti da tempo ne chiedevano le dimissioni. Al suo posto l’indiano Parag Agrawal.
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Lo ha twittato lui stesso. Non poteva che finire così l’avventura del fondatore del social dei cinguettii. Il papà di Twitter, Jack Dorsey, si è dimesso con effetto immediato dalla carica di ad. Al suo posto, l’attuale chief technology officer Parag Agrawal. Nato in India – come il n. 1 di Microsoft Satya Nadella e tanti cervelli della gig economy – Agrawal è cittadino statunitense e si è formato una reputazione studiando come ridurre l’efficacia dei messaggi d’odio nelle piattaforme social. Jack Dorsey, con i suoi cappelli di lana, la barba hipster e l’inconfondibile aria da miliardario vagamente distratto e certamente impegnato nel sociale, appartiene piuttosto alla schiera dei geniacci puri. Quelli che i colossi big tech li hanno creati dal nulla. Come Twitter, che ha rivoluzionato la comunicazione nel mondo, disintermediando il rapporto fra fonti giornalistiche e pubblico. Le conseguenze sono a oggi incalcolabili e vanno ben oltre Donald Trump. Quanto all’addio di Dorsey, poca filosofia e molti freddi numeri dietro la spinta decisiva a dimissioni che parte del board di Twitter ha cercato di ottenere più volte. Il fondatore va via perché gli azionisti vogliono monetizzare molto di più. L’obiettivo è raddoppiare i ricavi entro il 2023. L’impresa toccherà a Agrawal, personaggio lontanissimo dall’iconicità tipica della Silicon Valley. Quanto a Dorsey, ha provato a emulare Steve Jobs uscendo e rientrando nella sua creatura, ma senza riacquisirne mai il pieno controllo. Fino al tweet dell’addio. di Marco Sallustro

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