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Appontati

Tra le infinite polemiche, il tema del ponte sullo stretto periodicamente riemerge, ben sfruttato dalla politica ma senza che si arrivi mai ad una vera decisione.

Un puro fenomeno carsico, in riva allo Stretto. Il fantasma del ponte ci accompagna da decenni, così presente da avere assunto fattezze ormai quasi materiali. Ci sembra di poterlo toccare, almeno intravedere, mentre si accende l’ultima polemica agostana sull’ennesimo studio di fattibilità. 50 milioni di euro stanziati per dirimere l’annosa questione: una o tre campate, mentre nessuno è in grado di dire se il ponte si farà mai.

L’opera divide da sempre e questo non può meravigliare: un sano, approfondito e anche acceso dibattito sarebbe stato inevitabile in qualsiasi Paese al mondo. Il problema è che non ci si è mai scontrati sul nocciolo della questione, se si escludono i circoli professionali più direttamente interessati a un’infrastruttura di questa portata. Sarebbe stato interessante e costruttivo confrontarsi sulla complessità del progetto, il suo impatto ambientale e la gigantesca spesa prevista. Sulla campata del ponte sullo Stretto (o le tre… ce lo dirà lo studio di fattibilità, forse), il cinema della politica ha girato il suo kolossal, utile a essere richiamato in servizio alla bisogna. In un senso o nell’altro. Ora annunciando pomposamente l’avvio dei lavori oppure dichiarandone la cancellazione con l’aria di chi ha salvato il Paese dall’ennesimo, gigantesco spreco. Una commedia.

Sono oltre due decenni che nessun governo è riuscito a sottrarsi alla tentazione magnetica del ponte. Da Silvio Berlusconi a Mario Draghi, praticamente nessuno escluso, ma lo Stretto continua essere solcato solo da traghetti. Non azzarderemmo se questo ennesimo approfondimento potrà avvicinare una decisione definitiva, quale che sia, oppure dare il via a un’altra sconcertante dilazione, aspettando di capire cosa farsene di questa ingombrante idea.

Da parte nostra, ne abbiamo discusso con uno dei massimi esperti della materia in Italia, che da tempo sostiene la necessità di procedere con la costruzione del ponte e senza indugi. Perché questa darebbe slancio al settore dei lavori pubblici e segnerebbe una leadership del nostro Paese nelle grandi opere, dopo troppi anni di piccolo cabotaggio. Quanto ai costi, non risulterebbero in fin dei conti così elevati, relativamente s’intende. Il ponte, a suo dire, testimonierebbe le capacità italiane in questo settore, già paradossalmente più riconosciute all’estero che in patria. Un parere autorevole ma destinato a restare anonimo. L’autore non ha, infatti, nessuna voglia di essere trascinato in una polemica velenosa e fine a sé stessa. Figlia della mania di certa politica di sfruttare il tema e non risolverlo. Figuriamoci costruire un ponte.

di Fulvio Giuliani 

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