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L’antico potere di graziare i condannati

Graziare i condannati è uno dei poteri più complessi del Presidente della Repubblica. Con il caso di questi giorni di Francesca Picilli, ci si chiede se il provvedimento sarebbe stato diverso a sessi invertiti.

 

Il potere di dare la grazia, in capo al presidente della Repubblica, è uno di quelli più complessi e con le radici più ramificate. Ricorda che mentre il giudizio, negli Stati di diritto, è autonomo dagli altri poteri, quello dell’esecuzione della pena resta un potere politico, governativo, comunque statale. E sarebbe discorso interessante, che non facciamo qui.

Il Quirinale ha ora firmato due provvedimenti di grazia, che non discutiamo, con una comune particolarità: non ha cancellato le pene, ma le ha ridotte di quanto basta per far giungere a quattro anni il carcere residuo da scontare, così consentendo la scarcerazione in prova. Anche questo è un approccio interessante, in cui l’intervento presidenziale s’inserisce dentro l’esecuzione della pena, senza eliminarla.

Il terzo punto interessante è che una delle due grazie (l’altra, ad Ambrogio Luca Crespi, si riferisce a un discusso caso di inquinamento politico, di cui il condannato si è sempre detto innocente), vede beneficiaria Francesca Picilli e riguarda uno scontro nella coppia, con lei che accoltella lui e lui che, dopo averla difesa, muore, dando luogo alla condanna per omicidio preterintenzionale. Entrambi i provvedimenti non hanno fatto rumore, ma ci chiediamo se nel secondo caso sarebbe stato possibile a sessi invertiti: uccidere non voleva, accoltellare sì, lo ha fatto. Alterata quanto si vuol, ma lo ha fatto. Non abbiamo elementi per entrare nel merito, ma restiamo convinti che a sessi invertiti sarebbe stato diverso. Il che guasta il diritto.

di Gaia Cenol

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