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Fa caldo

Il Green Deal voluto dalla Commissione Europea potrebbe rivelarsi, nel settore della ricerca, un vero suicidio per molte aziende italiane. Il passaggio alle energie rinnovabili dev’essere discusso con intelligenza per rendere l’Italia un hub energetico a cavallo fra Europa e Nord Africa.

Il picco dell’ondata di calore dovrebbe essere raggiunto proprio oggi.
Fa un caldo folle, per non usare altre espressioni…
I 48.8 gradi centigradi di mercoledì a Floridia, provincia di Siracusa, sono record storico per l’Europa. Questa è una notizia, purché non ci si fermi alla banale considerazione.

Secondo la grande maggioranza della comunità scientifica farà sempre più caldo, in realtà, con effetti di tropicalizzazione del clima in aree un tempo decisamente temperate.
Si pensi al nostro Paese o alla recente tragedia tedesca. Ci siamo sempre detti favorevoli al Green Deal voluto dalla Commissione europea, sia come obiettivo di necessario e non rinviabile intervento sul clima, che nel fissare una serie di step di carattere economico.
È in questo secondo aspetto che si giocherà la vera partita, se non vogliamo limitarci a uno stucchevole dibattito fra ultras dell’ambientalismo e negazionisti.

Il Green Deal, dunque, è una scelta strategica, ma non attuabile attraverso uno scadenzario rigido e irrealistico, da imporre alle imprese. Un metodo del genere, calato dall’alto e indifferente alla specificità italiana, finirebbe per spingere fuori gioco interi settori della nostra economia.

Non dimentichiamo, infatti, che per quanto il nostro tessuto di medie, piccole e piccolissime aziende sia eccezionale nella capacità di adattarsi e rinnovarsi nel ciclo produttivo, la storia è diversa se parliamo di ricerca.
In questo caso, il problema dimensionale delle nostre imprese si fa sentire.
Un conto è studiare il futuro industriale di un settore, ponendosi severi obiettivi di contenimento delle emissioni inquinanti, se sei un colosso industriale; un altro se sei una Pmi italiana.

Per le tante nostre aziende pervicacemente contrarie a fondersi o cedere anche una minima quota della propria autonomia ai distretti economici, lanciarsi in grandi operazioni di ricerca equivarrebbe a un suicidio.

Problema enorme, in Italia, con diversi settori industriali ad alta intensità energetica – dall’acciaio alla ceramica, dalla raffinazione al vetro, ma anche diverse tipologie di trasporti (pesante, marittimo, aereo) – certo non pronti a transitare da oggi a domani alle energie rinnovabili. Per decarbonizzarli, mantenendo nel contempo la competitività della nostra industria, saranno necessarie politiche attente e realistiche. Ricorrendo anche alle cosiddette ‘molecole verdi’, come l’idrogeno prodotto senza emissioni di carbonio e il biometano.

Per questo è fondamentale utilizzare tutte le tecnologie disponibili in modo neutrale, senza imbarcarsi in costosissime guerre ideologiche. Abbiamo pochi colossi in Italia, fra questi Snam ha almeno un’idea: l’Italia ha l’infrastruttura gas più estesa d’Europa, che potrebbe essere progressivamente riconvertita per trasportare idrogeno e biometano, rendendo il nostro Paese un hub energetico a cavallo fra Europa e Nord Africa.

Se ne discuta, di questo e altri progetti concreti, soppesando pro e contro.

 

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