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Charlie Watts, una vita in battere e mai in levare

La grandezza di un uomo normale. Addio a una vera e propria leggenda e un’icona mondiale.

La morte di Charlie Watts non incendia il flusso delle notizie da tg. In un periodo in cui il mondo ha altre preoccupazioni, rimane relegata in chiusura, composta, scolastica. Eppure quell’omino minuto, discreto, taciturno comunicava dei valori assoluti che lo rendevano ‘grande’.

Charlie ha 7 anni quando rivela insospettate doti da calciatore: ala destra, guizzante, per l’età tecnicamente già formato. Ma si stufa presto. A 13 anni, compra un banjo e cerca di imparare a suonarlo. Non ci riesce, ma la fantasia gli dà una mano. Prende un pezzo di legno, ne ricava un supporto, gli monta delle spazzole e si mette a tenere il tempo dei dischi che girano sul grammofono di casa percuotendo la cassa armonica in pelle del banjo. A 14 anni gli regalano la prima batteria. A 16 si iscrive a una scuola d’arte, a 19 la abbandona e va a fare il praticante in un’agenzia pubblicitaria.

Scoppia l’amore per il jazz. Si fa una cultura della musica afro-americana ascoltando Charlie Parker, John Coltrane. Va a suonare la batteria in un coffee-bar due volte la settimana. Una sera al Troubadour Club di Chelsea, Alexis Corner, uno dei padri del rock blues inglese, lo invita nel suo gruppo. Lui dice no. Va in Danimarca, a lavorare in un’agenzia pubblicitaria. Suona jazz nella Don Byas Band e si innamora dell’arte del legno e della scultrice Shirley Sheperd, che sposa nel 1964 e con cui rimarrà insieme tutta la vita.

Si era unito ai Rolling Stones nel gennaio dell’anno prima, dicendo: «Nella vita bisogna tentare l’impossibile».

Ben presto il suo carattere autorevole, mai autoritario, gli consente di svolgere il difficile ruolo di collante fra le due primedonne del gruppo Mick Jagger e Keith Richards, di mettere argine alle loro litigate terribili, ai loro eccessi sfrenati. Charlie, da vero signore qual è, non usa mai parole fuori posto così come non volta mai le spalle agli amori primordiali. Shirley è spesso in tour con lui e cucina i piatti orientali per cui va matto. La moglie fa tutto tranne il tè, un rito che il marito coltiva fin da bambino. E il jazz? È il 1965. I Rolling sono in Germania. Devono tornare a Londra per continuare la tournée. Al check-in Watts mostra segni di insofferenza per le lungaggini burocratiche. «Ho fretta. Non voglio perdere il concerto di stasera della Count Basie Orchestra…».

Lo stile sincopato era nel suo dna. La mano sinistra teneva la bacchetta con l’eleganza del jazzista, il battito era nitido, mai eccessivo, come l’uomo.

Mai un assolo autoreferenziale, mai l’ostentata dimostrazione di una tecnica pura. L’ironia è stata la cifra stilistica dominante del suo carattere. Quando i Rolling Stones registrano “You Can’t Always Get What You Want”, per l’iniziativa “One World: Together at Home”, Charlie fa finta di suonare su una valigia e un baule. «Mia moglie Shirley non vuole che io mi eserciti in casa con la batteria. Fa troppo rumore». Persino all’indomani dell’intervento chirurgico al cuore, i cui postumi risulteranno letali, ha dichiarato: «Questa volta sono andato fuori tempo». Di ritorno da un tour, celebrava ogni volta la stessa liturgia: l’incontro con la figlia Seraphina, il tè, la cucina orientale, le riviste d’arte, gli amici che lo invitano a suonare blues. Charlie ha affrontato la vita in battere, mai in levare: la grandezza di un uomo normale.

 

Di Fabio Santini

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