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Dragofobia

Mario Draghi lascia il segno ovunque va, e anche al governo lo sta facendo. La sua figura però risulta a molti sempre più ingombrante. Il problema non è il Premier, che sta svolgendo il suo lavoro, bensì i partiti che non sanno più fare proposte, governare e fare opposizione.

Sempre più ingombrante. Dopo il faticoso compromesso raggiunto giovedì sulla giustiziaMario Draghi ha superato un altro ostacolo e compiuto un ulteriore, importante passo nella sua manovra di governo.

Archiviato il rischio di impasse, che avrebbe fatto traballare l’esecutivo stesso, ha potuto rilanciare, fissando per l’autunno due snodi delicatissimi: fisco e concorrenza.

Pur ostentando tutta l’indifferenza di questo mondo, però, non potrà essergli sfuggito il fastidio a livelli di guardia – il peso, se preferite un termine meno impegnativo – che i partiti provano nei suoi confronti. Non parliamo solo del Movimento Cinque Stelle, che per alcune ore ha tenuto lo stesso governo in bilico, o della Lega del bacchettato Salvini ma di tutte le formazioni e dei rispettivi leader. Egualmente spiazzati da un attivismo e da uno stile che non riconoscono e vivono come un’usurpazione.

Ed è proprio qui che il discorso si fa delicato: i partiti percepiscono la diversità di Draghi come attivismo fine a sé stesso o addirittura prevaricatore perché del tutto estraneo alla loro natura dilatoria. Senza eccezioni, gli ultimi lustri di (mancato) governo sono stati un continuo rinvio o al massimo un’affannosa ricerca di concessioni reciproche.

Il problema non è ragionare sull’attrazione per il caos del semestre bianco, con i partiti al riparo dal rischio dello scioglimento delle Camere, ma più in generale sulla loro capacità di tornare a fare il proprio mestiere: governare e fare opposizione. Il che comporta proporre, prendere decisioni e assumersi rischi. Il tutto in tempi compatibili con le esigenze del Paese.

Non affascinano i dibattiti di scuola su governi militari o altro, ma sappiamo che una democrazia non può funzionare con i partiti ossessionati dai sondaggi, i leader dai social e il Parlamento immobilizzato dal terrore delle impossibili ricandidature.

Il problema non è Mario Draghi, che sta semplicemente facendo il lavoro per cui è stato chiamato dal presidente della Repubblica e su cui ha avuto la fiducia dei due rami del Parlamento. Il problema sono proprio loro, impegnati in uno sfibrante confronto tattico, utile solo a mascherarne l’immobilismo.

L’occasione offerta dal governo Draghi è storica anche per i partiti e i loro vertici, purché abbiano la forza e la volontà di un severo esame di coscienza.

Abbiamo passato vent’anni a imputare a Silvio Berlusconi la personalizzazione della politica per poi trovarci con una schiera di epigoni ancora più ossessionati dal culto della personalità, con l’aggravante di una sterilità di idee e proposte ormai patologica.

 

di Fulvio Giuliani

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