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Facebook (ri)apre l’era del metaverso

Diciotto anni dopo il quasi estinto Second Life, Zuckerberg vuole portare online la realtà virtuale, dove i 2,9 miliardi di account potranno lavorare e interagire tramite il proprio avatar.

L’aggettivo ‘virtuale’ è abusato. È chiamato ‘virtuale’ tutto ciò che sta sul web, quando invece sono assolutamente reali il conto in banca online, l’F24, gli acquisti di biglietti, programmi tv, bici, la riunione con Zoom, la tesi di laurea via Teams, la prenotazione alla vaccinazione e il Green Pass. La vera realtà virtuale (Rv o Vr, in inglese) è invece quella creata in tre dimensioni (3D) al computer e fruibile attraverso particolari visori. Da tempo è vista come il mercato da far esplodere, subito. Ci investono miliardi Amazon, Apple, Google (nonostante il fallimento dei Google Glass), Microsoft e Facebook.

Oggi la realtà virtuale ha parecchie applicazioni, dal settore dell’entertainment puro con i videogiochi alle applicazioni più disparate, come quelle – definite ‘ricostruttive’ e ‘ambientali’ – che ci consentono di vedere com’erano il Colosseo o un altro ambiente di interesse storico, o anche di ‘visitare’ l’appartamento che un’agenzia immobiliare vuole venderci.

In tutti questi casi gli avatar – cioè le rappresentazioni virtuali degli utenti – risultano particolarmente realistici proprio grazie alla Vr.

Se poi creassimo un ambiente di fantasia, per esempio una sala in un cottage, per una riunione via Internet col nostro avatar insieme a quelli di altri – dove se ci alziamo (a casa) il nostro avatar si alza e se qualcuno va alla finestra (a casa sua) lo fa anche il suo avatar – allora avremmo un luogo immersivo, virtuale e condiviso, chiamato metaverso dallo scrittore di fantascienza Neal Stephenson (1992). Certo, quest’ultimo tipo di applicazione necessita della tecnologia room scale (cioè della mappatura del nostro ambiente reale nel mondo virtuale, quantomeno a livello di confini di movimento), ma questi sono solo tecnicismi.

E proprio sul metaverso il ceo di Facebook Mark Zuckerberg ha annunciato di aver puntato moltissimo, investendo 5 miliardi di dollari con più di 10mila nuovi addetti. Si tratterà, dice, di un vero e proprio ‘teletrasporto’ in luoghi virtuali. L’impressione sarà quella di stare in un videogioco ben organizzato. Quella che si prospetta per tutti noi è insomma un’altra dimensione nella quale immergerci e ‘ologrammarci’, come abbiamo già visto fare nei film “Tron” o “Matrix”.

Da un paio di settimane è disponibile online la ‘versione beta’ (non definitiva quindi) della piattaforma/metaverso firmata Facebook.

Si chiama Horizon Workrooms e alcuni analisti si domandano per quale ragione questa ‘videoconferenza con avatar’ dovrebbe essere più efficace degli attuali incontri online a cui il Covid ci ha abituati. Davvero passare dai video inquadrettati di Zoom a un ambiente realistico in 3D coi nostri avatar farà la differenza? Avrà successo perché si tratterà di telelavoro senza doversi esporre alla webcam del proprio pc? Siamo sicuri che non andrà a finire come il metaverso Second Life (2003), che dopo un successo iniziale è finito nel dimenticatoio?

Zuckerberg ha risposto definendo il suo metaverso un ‘meta-universo’ che diventerà il Sacro Graal delle interazioni sociali, aggiungendo che la realtà virtuale sarà il paradigma organizzativo per le aziende e magari anche del marketing. E comunque Facebook sta cercando da anni di inventare una ragione per vendere miliardi dei suoi visori Oculus Quest 2, sperando che con questo suo metaverso sia la volta buona; non a caso è già disponibile la nuova app Oculus Remote Desktop per Mac e Windows.

Esistono poi i metaversi pronti per una didattica da XXI secolo, che portano gli studenti direttamente nel Senato romano o a discutere con Galileo e Kant. Ma questa, al solito, è un’altra storia.

 

Di Edoardo Fleischner

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