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Giovani fuori

Ci sono dati che sembrano un paradosso ma che non lo sono affatto: in Italia i giovani scarseggiano e al contempo scarseggiano anche i posti di lavoro per i giovani. Tutto questo accade anche a causa del fin troppo assistenzialismo del nostro Paese.

Nelle cifre sembra esserci un paradosso, in realtà ci sono sia la descrizione del male che la necessaria terapia.

Il guaio è che ciascuno, a secondo della convenienza, guarda una sola cosa, accampandoci sopra la propria insulsa geremiade. Vediamo le cifre all’apparenza paradossali. I giovani scarseggiano a causa dell’andamento demografico, al tempo stesso scarseggiano i posti di lavoro per i giovani.

Rispetto alla Germania abbiamo il triplo dei giovani nullafacenti (dato Eurostat), al tempo stesso in 345mila, negli ultimi dieci anni, sono andati all’estero perché qui non trovavano granché da fare. Abbiamo la disoccupazione giovanile altissima – in dieci anni i giovani al lavoro sono diminuiti di 2 milioni e mezzo (dati Confcommercio) – ma il settore dell’edilizia cerca 265mila lavoratori e non li trova. Fuori da quel settore il numero è assai più alto.

Lasciamo perdere quelli che prendono uno di questi aspetti e ne traggono conclusioni infondate – lanciando slogan privi della benché minima conoscenza della realtà, come quelli che reclamano paghe quadruple per giustificare il disturbo – ma come è possibile che questi dati convivano nella medesima realtà? È possibile perché scontano un disastro formativo e informativo, reso immodificabile dal crescere della spesa pubblica che lo finanzia.

Puntiamo tutti i soldi sull’antidolorifico, lasciando progredire la malattia, e quando il dolore cresce si chiede che aumenti la spesa per lenirlo, con il risultato che più quella cresce meno si affronta il male. Infine si crepa. I giovani diminuiscono non perché siamo troppo poveri per poterci permettere i figli, ma troppo ricchi per voler rinunciare a godercela. Spendiamo più in cani che in bambini. Posto che ciascuno fa quel che gli pare, che procreare non è un dovere e che i cani sono bellissimi: non prendiamoci in giro sul perché flette la leva demografica.

Contemporaneamente si parla sempre di ‘classi pollaio’ e giovani disoccupati, ma se diminuiscono come fanno ad affollarsi? In classe non si affollano affatto e la media del rapporto alunni-insegnanti è inferiore a quella europea, salvo cattiva programmazione e casi di concentrazione urbana. Al lavoro sarebbero assai richiesti, se non fosse che sanno far poco e non son granché disposti a imparare, anche perché traggono più soldi dai sussidi per nulla fare o farlo in nero.

Inoltre chi vuole lavorare non trova centri che lo indirizzino verso chi cerca lavoratori, perché sono ottusamente regionali e diabolicamente burocratici. Utili solo ad avere la conferma del sussidio. Una follia costruita con meticolosa applicazione.

Tanti sono i giovani bravi che si danno da fare, naturalmente, ma ci rimane il record del loro spreco. Quelli che se ne vanno non raggiungono mete dove ci sono maggiori sussidi, pensioni più vicine e contratti più sicuri ma l’esatto contrario. Il che consente di avere un mercato del lavoro elastico e a loro di entrarci. Sanno che sulle prime saranno pagati poco, ma sanno che star dentro serve a crescere, anche di reddito.

Qui entri con contratti troppo onerosi per le imprese ma con salari bassi perché impoveriti dal dover pagare tutti quelli che non lavorano. E se poi cresci – superando il favoloso reddito di 25-30mila euro lordi l’anno – entri di diritto nel novero dei ricchi che, per ciò stesso, sono tenuti a finanziare gli altri. Taluni evasori, ma che ci vuoi fare.

Quei numeri, dunque, convivono perché abbiamo storto e ritorto il mercato e diffuso overdosi di assistenzialismo. Tutta roba che impoverisce e mette in fuga i capaci.

 

di Davide Giacalone

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