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Gli educatori da educare

Tra la questione dei vaccini e l’importanza di una nuova forma pedagogica.

Si stanno rapidamente avvicinando i tempi della scuola. I giovani sembrano più sensibili e più attenti alle vaccinazioni dei loro insegnanti. E qui alcune domande già ce le dovremmo porre.

Ci disorienta che a definire fascista uno Stato che chiede con ‘passione’ ai suoi cittadini di vaccinarsi, per salvare sé stessi e gli altri, siano proprio coloro che questa attività dovrebbero spiegare e promuovere. Perciò, prima di parlare del disagio dei nostri adolescenti, dovremmo pensare a come educare gli educatori.

Barbara Stefanelli scrive che ci ritroviamo, prima lentamente e ora di colpo, in un inferno affollato di libertà private. Come succede alle macchinine, nel rettangolo dell’autoscontro. Perciò oltre a quella dei mezzi pubblici, l’urgenza primaria delle aule più degne e adeguate, dei programmi ministeriali e della formazione universitaria dei docenti va radicalmente ripensata e deve essere permanente. Capisco che toccare questo tema significa mettere le mani dentro un terreno minato.

I poteri sindacali e gli interessi elettorali e politici da tempo hanno bloccato ogni percorso pedagogico ed educativo. Il ‘posto’ di lavoro arriva prima di ogni trattativa e di ogni cambiamento profondo e urgentissimo. Sottovalutare l’intero campo scolastico significa accettare un domani dove non ci saranno la cultura, la socialità, la ‘cittadinanza’ cosmopolita e la partecipazione alla convivenza, alla diversità, allo scambio di relazioni intense e vere. Una libertà fasulla ha spento i diritti, il rispetto degli altri e l’accompagnamento dei nostri giovani verso una visione della vita che ci scaglia come proiettili contro ogni limite. Ci siamo assuefatti a comunicazioni vuote di relazioni e a relazioni superficiali, prettamente informative ed egolatriche.

Sto seguendo alcuni ragazzi normalissimi, vittime di complessi abbandonici desolanti. Ieri casi così arrivavano da situazioni famigliari complesse o da storie personali vissute male.

Oggi la solitudine, l’abbandono e l’incomprensione nascono tra le mura delle case di tutti. Il Covid ha ucciso le prime amicizie adolescenziali. È rimasta solo la scuola, il luogo dove trovare coetanei e stare insieme per tempi molto lunghi.

Io, che da sempre vado scrivendo che vanno abbattute le pareti perché le classi, decise dai presidi all’inizio dell’anno, sono completamente sbagliate, sto facendo una velocissima retromarcia. Teniamo le classi, con un po’ meno di disciplina, con meno punizioni e sospensioni ma con relazioni più ricche e programmi scolastici a misura delle presenze che abbiamo tra i banchi, obbedendo meno ai quadrimestri, alle interrogazioni e tentando di indovinare di più i nomi e i cognomi dei ragazzi che ci troviamo davanti.

Se poi, tra le lezioni di geografia, inseriamo le storie dei quartieri e delle aree meno amate e meno studiate riusciremo a capire e a far capire che la vita delle città sta proprio nei quartieri, certamente meno ordinati e forse un po’ ‘incasinati’. Ma mentre nei centri delle città le case sono abitazioni a tempo, lì le case quasi si abbracciano perché più vere, vissute a tempo pieno, sonore perché ricche di figli, più tenere.

Nella storia i volti delle nostre città sono cambiati più volte: dalle città murate alle città quasi agricole, alle città rette da ‘signorie’ fino alle metropoli moderne. Il domani, invece dovrebbe rovesciare queste logiche e riportare i quartieri al centro e ridare anima alle zone ricche solo di negozi, di stranieri e di curiosi. Facciamo, quindi, presto a trasformare le aule scolastiche in luoghi carichi di relazioni, di cultura, di arte, di sport e di amicizie. Ho rischiato l’espressione ‘scuole-villaggio’. Potrà accadere?

 

di Don Antonio Mazzi

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