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Gluten free, che non sia una moda

La diagnosi va fatta dal medico e non da auto valutazione, come sembra essere sempre più di moda

«Dopo aver mangiato ho sempre un gonfiore addominale. Devo essere allergico o ‘sensibile’ al glutine». Frequentemente sentiamo affermazioni del genere e chi si lamenta è convinto di soffrire di celiachia o di ‘sensibilità’ (intolleranza) verso prodotti che contengono glutine – quali il grano, l’orzo, la segale e il farro – e dai quali derivano pane, pasta, pizza, biscotti, snack, grissini, cereali per la prima colazione, carne e pesce impanati, salse e gelati. È così? Vediamo.

La celiachia è una patologia cronica scatenata dall’ingestione di glutine – un complesso proteico – in soggetti geneticamente predisposti. La risposta immunitaria genera un’infiammazione cronica che, a sua volta, danneggia i tessuti dell’intestino e può condurre alla scomparsa dei villi intestinali, per cui è riconosciuta come malattia e, per questo, i celiaci usufruiscono di un buono per l’acquisto di prodotti privi di glutine.

La celiachia è stata descritta per la prima volta nel 250 a.C. dal medico Aretèo di Cappadocia, che la evidenziava in «coloro che soffrono di intestini». In Italia, secondo i dati più aggiornati del Ministero della Salute (2019), coinvolge circa 225mila persone, pari allo 0,3% della popolazione e con una stima intorno all’1% sia in Italia che a livello mondiale. Percentuale che aumenta con la cosiddetta ‘sensibilità’ al glutine, tenuto conto che l’intolleranza ai cereali può avere origine diversa: per esempio da altri componenti della farina o da un’alimentazione sbagliata. La diagnosi, ovviamente, va fatta dal medico e non da autovalutazione, come sembra essere sempre più di moda, perché il gonfiore può derivare da una sindrome da intestino irritabile.

La diffusione di prodotti privi di glutine (‘senza glutine’ o ‘gluten free’) ha avuto un forte impulso con la vendita nella grande distribuzione e grazie alla presenza di prodotti alimentari etichettati “senza additivi” che, in assonanza con quelli classificati “senza glutine”, ha indotto a ritenere che quel “senza” faccia bene o, perlomeno, non faccia male. Ma non è così, poiché ci si priva di elementi nutrizionali utili al nostro organismo.

Insomma, il glutine è individuato come il ‘nemico’ che provoca danni e dal quale tenersi alla larga, ma se vogliamo cercare un componente negli alimenti e classificarlo come ‘nocivo’ disponiamo di un’ampia scelta: ad esempio nella patata, nel pomodoro, nel peperone e nella melanzana c’è la solanina, un alcaloide tossico che serve alla pianta per difendersi da microorganismi e insetti. Potremmo estendere la ricerca alla maggior parte degli alimenti e trovare qualcosa che non fa bene, sicché non mangeremmo più nulla. Per fortuna il nostro organismo è attrezzato a fare fronte alla situazione e, in ogni caso, resta una buona prassi variare l’alimentazione.

Il mercato dei “senza glutine”, che si aggira intorno ai 300 milioni di euro l’anno, va a incidere in maniera significativa nel portafoglio del consumatore, considerato che il prodotto “gluten free” costa dal 200 al 400 per cento in più rispetto agli analoghi tradizionali. Insomma, prescriversi alimenti privi di glutine è una moda inutile e costosa. Invece di ricorrere all’autodiagnosi, è cosa saggia e utile rivolgersi al nutrizionista.

 

di Primo Mastrantoni

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