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I capitali vanno attirati, non fatti scappare

Siamo ultimi tra le nazioni europee, solo trentesimi al mondo ed è chiaro chi siano i nemici: burocrazia, corruzione, qualità della sindacalizzazione e funzionamento della giustizia.

È allo studio del governo un decreto che sia sintesi tra varie forze contrapposte: quella ‘sviluppina’, tesa a far salire l’Italia tra le nazioni europee in grado di attrarre investimenti; quella ‘difensiva’, focalizzata a evitare il mordi e fuggi di multinazionali estere e non, specializzate nel massimizzare incentivi al fine di localizzarsi in Italia per poi sbaraccare alla prima occasione utile.

Come sempre, il termine ‘sintesi’ richiama la politica. È quindi facile intuire che il capoverso precedente possa essere riscritto come l’esigenza che le istanze populiste e demagogiche da un lato incontrino quelle di sviluppo e crescita vera dall’altro, il tutto senza pesare sulle tasse dei soliti noti e infine, portando stabilità per i lavoratori.

Peccato tutte insistano in modo scomposto sulle stesse persone: cioè gli elettori. E che le due ricette – ‘sviluppina’ e ‘difensiva’ – abbiano dinamiche opposte. Rispetto al recente passato c’è però anche qualcosa di positivo: ci sono potenzialmente soldi da investire, e c’è qualcuno che sa farlo. Potrebbe costituire anche un punto a favore che i due tentativi difensivi nel biennio del precedente governo siano stati fallimentari (cd. Decreto Dignità 2018 e cd. Decreto Crescita 2019 – Marchi storici/Pernigotti) e dunque dovremmo anche sapere meglio cosa non fare.

Non è tema semplice, ripetiamo. I due relatori (sorprende che una cultrice della decrescita felice rappresenti le pulsioni che dovrebbero essere in capo al MiSe la cui S sta per Sviluppo, e che i diritti dei lavoratori siano rappresentati dal leader maximo del Lavoro, esponente di quel partito abbandonato dagli operai) stanno pensando a multe e sanzioni contro la delocalizzazione: si parla del 2% del fatturato o di multipli del sussidio di disoccupazione o anche dell’esclusione per anni da ogni forma di contribuzione pubblica.

Qualcosa di simile a quanto fatto dal francese Florange, da cui copierei anche l’anticipo di comunicazione al personale di 6 mesi nel caso di licenziamenti collettivi, il cosiddetto ‘diritto di allerta’. La discussione sarà lunga e infarcita di ideologia e, temiamo, demagogia; con tante sovrapposizioni al dibattito sul post Quota 100 e nuovi ammortizzatori sociali che – come pronosticato da questo giornale a giugno – è in alto mare.

Il rischio più grande è che la demagogia ci faccia concentrare solo sulla strategia difensiva. La priorità è invece attrarre investimenti. Siamo ultimi tra le nazioni europee occidentali, solo trentesimi al mondo ed è chiaro chi siano i nemici: burocrazia, corruzione, qualità della sindacalizzazione e funzionamento della giustizia.

Le multinazionali sono sensibili alle offerte di decontribuzione, ma la difficoltà è come rassicurarli sul resto. Il ministro Cartabia pare avere chiaro il tema della giustizia civile e ne parla come della prossima sfida, ma poco si sente sugli altri tre temi se non dichiarazioni scolastiche. È su questo che dobbiamo concentrarci: giustizia veloce e definitiva con un occhio particolare a brevetti e know-how, burocrazia azzerata e autocertificazioni, sindacato interessato al lungo periodo.

E infine, bisognerebbe avere il coraggio di copiare. Dai più bravi: i cinesi. Hanno decontribuito gli investimenti per 10 anni, dando certezza sui tempi, e si sono focalizzati solo sulla conoscenza. Una volta importato il know-how, è difficile per tutti andare via.

 

di Peter Durante

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