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I processi non possono tendere all’infinito

La prescrizione sta creando dibattito e un surreale scontro politico.

Una delle questioni che, per quanto è dato rilevare dalle cronache di questi giorni, pare creare le maggiori criticità in relazione alla riforma della giustizia è quella concernente la prescrizione. Pare possa addirittura costituire materia di scontro politico tra l’avvocato Giuseppe Conte e il presidente del Consiglio e questo suona francamente irrealistico e un po’ surreale. Con quello che stiamo vivendo – tra schizofrenie virali, paranoie climatiche e tensioni sociali, per citare alcune delle questioni più pressanti – ritenere che si possa fare della questione prescrizione materia di conflitti ideologizzati è emblematico della crisi che, tanto per cambiare, affligge il mondo politico.

Che cos’è, dunque, la prescrizione? Per chi frequenti le aule dei tribunali, un problema marginale, non tanto e non solo perché, in fondo, il numero dei processi nei quali viene dichiarata l’estinzione del reato per intervenuta prescrizione è marginale; non solo e non tanto perché suona francamente assurdo che si possa sostenere che la durata del giudizio possa essere estesa all’infinito, con tutte le difficoltà che si correlano, ad esempio, a ricostruire testimonialmente un fatto a distanza di decenni dal suo verificarsi: queste, per quanto significative, sono questioni di buon senso e logica. Ciò che veramente sconcerta del rumore che si genera, è altro.

L’istituto della prescrizione è finalizzato a porre dei limiti di durata al processo. Una scelta di civiltà, dunque: il dovere (diritto) dello Stato a punire si estingue, se la sentenza non diventa definitiva, entro un termine che varia a seconda della gravità del reato. Come si può definire ingiusta e illogica una previsione che stabilisce ciò che è doveroso che avvenga: perché il processo dovrebbe non avere fine? Per rimediare a durate che sono imbarazzanti, si protrae ulteriormente il termine entro il quale porre fine a un procedimento che, nel tempo, perde ogni sua ragion d’essere.

È certamente più ragionevole fare quanto necessario perché chi viene indagato possa, in tempi compatibili con quanto avviene nei Paesi evoluti, veder la fine di questa obbiettiva sofferenza. Come? Dando nuova dignità alla giustizia penale: facoltatività dell’esercizio dell’azione penale, snellimento delle procedure e infine previsione del dovere di esporre le ragioni per le quali non si è riusciti a rispettare termini che, ad avviso di qualunque persona di buon senso, sono indice di civiltà. La demagogia non risolve i problemi.

 

di Cesare Cicorella

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