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Il Martello del futuro

Matteo Berrettini è il campione che aspettavamo da 40 anni.

Ci abbiamo dormito sopra un paio di notti, è il momento giusto per trarre qualche conclusione assennata sull’impresa di Matteo Berrettini a Wimbledon 2021. A caldo avremmo rischiato di cadere nel trionfalismo, o peggio nella retorica del “ce lo meritiamo”, la sciagura assoluta di questi periodi paraculi. Come se gli altri avessero sofferto meno di noi, chissà perché. In realtà, al massimo, se lo merita MB, come ovvio. Però la definizione di impresa la manteniamo volentieri, visto che in 144 anni di storia mai nessun italiano si era spinto così avanti nel torneo più affascinante di tutti. Pietrangeli aveva fatto una semifinale a Church Road nel lontano 1960, ma è questione un tantino datata. E poi, diciamolo, una finale è altra cosa.

Finale significa giocarsi – davanti al mondo – il trofeo che tutti sognano da quando mettono piede su un campo da tennis. La partita che resta impressa, quella definitiva. Berrettini ce l’ha fatta perché ha un gioco offensivo e coraggioso, dunque adatto ai prati; perché ha lavorato come un mulo per colmare le sue lacune tecniche e fisiche; perché crede in sé stesso e pensa sempre positivo, la cosa più bella. Un po’ come Roberto Mancini ha rivoluzionato l’idea del calcio italico tutto catenaccio e ripartenze, The Hammer (soprannome ormai sdoganato di Matteo) spazza via d’un tratto l’iconografia classica del tennista di casa nostra. Non più terraiolo, fondocampista, incompiuto e tendente all’autocommiserazione ma aggressivo, servizio e dritto bum bum, bello, grosso, simpatico e vincente. Troppa grazia, tutta insieme. Dopo anni di stenti e rinunce, anche noi umili cronisti italiani ci siamo sentiti finalmente qualcuno, aggirandoci nel meraviglioso (e parecchio snob) universo wimbledoniano. Effetto collaterale, ma graditissimo.

Certo, poi capita di andare a sbattere, nell’atto conclusivo, contro il muro invalicabile Djokovic, che incamera il suo Slam numero 20, pareggia i conti con l’anziano Federer e l’acciaccato Nadal e punta dritto al Grande Slam, roba che non si vede dai tempi di Rod Laver 1969. Qui entriamo nel campo delle leggende contemporanee, Matteo – con tutto il bene che gli si può volere – non ha ancora quel livello di rendimento complessivo né quell’abitudine ai palcoscenici più importanti. Nole era alla sua trentesima finale Slam, Matteo alla prima. Ma appena il sanguinario Djoker avrà raggiunto quel che vuole, ovvero sbriciolare tutti record del tennis moderno, perderà automaticamente la sua sanguinaria motivazione e comincerà a mollare qualcosa. Un po’ per consunzione, un po’ per raggiunti limiti anagrafici. Quello sarà il tempo in cui Berrett saprà farsi trovare pronto, avendo accumulato tanta esperienza in più e mantenendo la stessa energia vitale mostrata ai Championship quest’anno. Possiamo stare sereni, è un tempo niente affatto lontano.

 

di Stefano Meloccaro

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