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La freddezza intorno al fuoco di Olimpia

Pessimi presagi per un’edizione chiusa in una bolla

Era dai tempi dei grandi boicottaggi di Mosca ‘80 e Los Angeles ‘84 che non si viveva una vigilia delle Olimpiadi così rarefatta, lontana dalla fibrillazione per l’evento agonistico e soprattutto la festa globale a cui associamo l’idea stessa dei Giochi.

Tokyo 2020, investita in pieno l’anno scorso dalla pandemia, resta sospesa, condannata a un’incertezza profonda.
Determinata innanzitutto dal pessimo approccio giapponese alla campagna vaccinale di massa. Con poco più dell’8% di popolazione immunizzata, ospitare i Giochi significa necessariamente chiuderli in una bolla tanto rigida quanto di gestione pressoché impossibile, nella pratica ma ancor più nel sentiment generale.
Quando lo stesso presidente del comitato organizzatore, Toshiro Muto, parla esplicitamente a tre giorni dalla cerimonia inaugurale di possibile cancellazione in caso di picco dei contagi, siamo vicini alla resa. La furiosa reazione del presidente del Comitato olimpico internazionale, Thomas Bach, è scontata ma al contempo impotente.

A Tokyo 2020, infatti, manca completamente il sostegno popolare.
I Giochi sono percepiti come un rischio che il Paese del Sol levante si sarebbe volentieri evitato. Presupposti pessimi, a cui vanno ad aggiungersi gli impianti deserti, una stampa ostile e anche la cancellazione di ciò che rende unici i Giochi per gli atleti: le strutture comuni del Villaggio olimpico. Qualsiasi donna o uomo abbia avuto il privilegio di partecipare a un’Olimpiade vi dirà che la mensa è il luogo più bello da ricordare. Il posto dove uno sconosciuto lottatore iraniano e Roger Federer possono entrare in contatto con una naturalezza impossibile in qualsiasi altro luogo.

Cosa resta, allora, di Tokyo 2020? La speranza che la bolla regga.
Soprattutto, che lo sport sappia ripetere il suo miracolo, facendo dimenticare al mondo il deserto e la freddezza intorno al fuoco di Olimpia.

In termini economici, le Olimpiadi non sono salvabili: il bagno di sangue da sei miliardi di dollari è assicurato. Quello che può e deve essere evitato è assestare un colpo mortale all’ideale dei cinque cerchi. L’organizzazione, il Cio, il governo di Tokyo e ancor meno una popolazione distratta (a essere ottimisti) potranno far molto.

Dipenderà tutto dai gesti atavici dell’uomo, sublimati dallo sport e dall’agonismo: la volata magnifica di Usain Bolt a Pechino 2008, il balzo nel futuro di Bob Beamon a Città del Messico ‘68, la corsa contro l’odio e la violenza di Jesse Owens a Berlino ‘36, la perfezione assoluta e mai vista prima di Nadia Comaneci a Montreal ‘76, i lampi bianchi di Livio Berruti a Roma ‘60 e Pietro Mennea a Mosca ‘80, le 28 medaglie olimpiche di Michael Phelps in vasca.
Anche il sorriso enigmatico di Florence Griffith-Joyner, mentre trionfa a velocità inumane a Los Angeles ‘84. Il figlio del vento Carl Lewis contro Ben Johnson, il simbolo per eccellenza del doping. Certo non l’unico ad aver barato, ma il più famoso di tutti.

Perché la finale dei 100 metri resta la gara delle gare. Perché la corsa è il gesto cambiato meno, da quando i nudi atleti dei Giochi dell’antica Grecia si allineavano in partenza a Olimpia. Su quella stessa striscia di pietre dalla quale ogni turista che entri nello Stadion non può resistere alla tentazione di scattare. Tutto cominciò da lì e si ripete ogni volta che un bambino urla: «Vediamo chi arriva primo!». Alla fine, il sogno di Olimpia è tutto qui.

 

di Fulvio Giuliani

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