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Lo spazio dopo e oltre la Luna

Gli Stati Uniti sono tornati in corsa grazie agli investimenti privati. La Cina esplora per fini militari. Eppure il fascino dell’ignoto resiste

Jeff Bezos ha scelto il 52º anniversario dell’allunaggio per la sua missione spaziale. Se preferite, anche per inseguire l’altro multimiliardario Richard Branson nelle sue imprese ai confini dello spazio.

Tecnicamente parlando, infatti, i fondatori di Amazon e Virgin si sono mantenuti sul limite considerato il confine internazionale dello spazio esterno. Questi, però, sono tecnicismi di relativo peso. Ciò che conta è il prepotente ritorno dell’interesse geopolitico legato all’esplorazione spaziale, accompagnato dai colossali interessi commerciali privati. Un fenomeno che non conviene circoscrivere, come sarebbe pure facile considerato i personaggi in gioco, a una mattana di super ricchi.

C’è anche quello, come ci sono i miliardari annoiati che vogliono comprarsi il biglietto per una gita spaziale, ma soprattutto c’è il ritorno in grande stile degli Stati Uniti d’America. La novità clamorosa degli ultimi anni, determinata dall’esigenza di contenere la spesa di denaro pubblico, è l’aver appaltato la realizzazione di una navicella che mancava dai tempi dello Space Shuttle.

La gara è andata a Elon Musk, che ama passare per matto ma è il più lucido di tutti. Non a caso ha staccato tutti nella corsa alla nuova frontiera, in versione Terzo millennio. La conquista della Luna, coronata nel 1969, fu essenziale mente una gara politico-militare con l’Unione Sovietica, spinta dall’intuizione vincente di John Fitzgerald Kennedy di mandare fuori giri l’Urss, costringendola a una competizione tecnica ed economica fuori dalla sua portata. Medesima strategia sviluppata vent’anni più tardi da Ronald Reagan con le ‘guerre stellari’, che diedero l’ulti-ma spinta per far crollare il castello ormai marchio del sistema sovietico.

Nonostante tutto questo, restano intangibili la poesia della Luna e la meraviglia dell’uomo capace di superare confini considerati invalicabili. Armstrong, Aldrin e Collins erano americani che più americani non si poteva, eppure sono vissuti ancora oggi come eroi dell’umanità. L’Unione Sovietica non esiste più e ciò che resta dell’esplorazione spaziale russa vive grazie alla collaborazione con l’Occidente.

Di più: Mosca per anni ha fatto una marea di soldi usando la sua vetusta ma affidabile navicella Soyuz come taxi per europei e americani. Mica male come ironia della storia e di quella che fu la guerra fredda. Sull’altro lato della barricata, oggi ci sono i cinesi con i loro programmi di esplorazione lunare e marziana. Il loro è un programma che non accende la fantasia del mondo. Un po’ per la riservatezza di Pechino, che ricorda da vicino quella dell’allora Urss, ma soprattutto perché si percepiscono le finalità strettamente militari, prima ancora che geopolitiche, dell’impresa cinese.

Nulla che gli americani non abbiano fatto decenni prima di loro, sia chiaro, ma senza riuscire ad accompagnarla con quella visione e anche quell’ingenuità ostentata che resero la conquista della Luna nel 1969 un balzo per tutta l’umanità. Se Musk, Bezos e Branson non saranno mai neppure la tuta di Armstrong, la Pechino dello spazio viene osservata con una diffidenza che non riuscimmo a riservare neppure all’Urss. Con Yuri Gagarin e Valentina Tereskova, primo uomo e donna in orbita, persino quel regime seppe affascinare e conquistare cuori. Anche oggi la corsa allo spazio sarà vinta conciliando potere, business ma anche visione. Spingendo le persone ad alzare gli occhi al cielo, dimenticando popoli e nazioni.

 

di Marco Sallustro

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