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Porta male portare male

Lo Stellone, il pallone, le medaglie e i fessi.

Ci facciamo forza con lo Stellone. Ci aggrappiamo con scientifica voluttà all’assioma «Non è vero ma ci credo». Compulsiamo avidamente gli oroscopi. Con un popolo siffatto potevano mancare l’omaggio malpancista alla fortuna con la c intrecciato al sussiegoso iettatore che vede rovesciati i suoi pronostici? No, non potevano. Vaticinare il futuro, decrittare il destino, anticipare il Fato fa parte del dna di noi italiani. Se Einstein ammoniva che Dio non gioca a dadi con l’universo, da queste parti, ammiccando, ci piace comunque provarci: hai visto mai?

Ordunque. Se la fortuna aiuta gli audaci, può SuperMario che si è addossato un compito che ha i contorni dell’azzardo, farle spallucce? Non può. E infatti il presidente del Consiglio si compiace dei successi sportivi dei connazionali tricolore; telefona loro blandendoli, li invita a palazzo Chigi, li esalta: le parate di Donnarumma? E che parate… La fortuna con la c fa parte del bagaglio politico e non solo. Basta ricordare Romano Prodi e i tanti che anelavano a toccarlo quasi fosse un amuleto capace di cornucopia. O il sorrisone di Arrigo Sacchi, che qualunque cosa sfiorava diventava primato. Prima dei rigori di Baresi e Baggio, naturalmente.

La novità, però, è che si è palesata una fattispecie che tutti conoscono ma nessuno evoca per ovvi motivi: il menagramo che tifa per lo sfacelo, coltiva in cuor suo l’insuccesso altrui, cova fulmini e saette per abbattere la sagoma del nemico e poi – sciaguratamente per lui, gioiosamente per il felicissimo malcapitato – ottiene il risultato opposto. Con annesso, ahimè giustificato ma non lenitivo, rosicamento.

Come è successo alla fatwa di Marco Travaglio verso Draghi che in caso di successo della Nazionale agli Europei di calcio si sarebbe appuntato medaglie sul petto come un qualunque Spadolini. O l’icona Pertini. Bene: Fatto. Oppure il suo giornale che annunciava sprofondi alle Olimpiadi e oplà, anche questo Fatto: stratosferiche medaglie d’oro nella velocità e nel salto in alto. Chi ci crede sarebbe autorizzato a fare il gesto dell’ombrello, ma infierire non è elegante. Intanto però i social ci sguazzano, ed è un furoreggiare di tweet sotto la cintola.

Bene. È fuorviante annettersi successi ottenuti in campi diversissimi dal proprio. Ma è autolesionistico bramare il contrario. Chiunque mastichi qualcosa di sport sa che tifare contro è esercizio tanto irresistibile quanto pericoloso. Guardare allibiti il ribaltamento da menagramo ansimante stravolge perfino di più della vittoria della propria squadra. Meglio evitare.

 

Di Carlo Fusi

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