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Satelliti grandi come droni e software per la falsificazione: la privacy è morta e le spie godono

L’attacco cibernetico alla Regione Lazio e la questione della privacy nel web.

Satelliti grandi come droni e software per la falsificazione: la privacy è morta e le spie godono

L’attacco cibernetico alla Regione Lazio e la questione della privacy nel web.

Satelliti grandi come droni e software per la falsificazione: la privacy è morta e le spie godono

L’attacco cibernetico alla Regione Lazio e la questione della privacy nel web.
L’attacco cibernetico alla Regione Lazio e la questione della privacy nel web.
L’attacco cibernetico alla Regione Lazio accende (per un attimo) i riflettori su un mondo di cui la gente non sa nulla, abituata com’è ai film di James Bond. Oggi qualunque comunicazione – sia telefonica che telematica, e persino le conversazioni personali e i movimenti fisici – viene registrata e caricata su immensi database e le leggi sulla privacy sono solo uno scherzo triste. Basti sapere che Avira, uno dei più diffusi antivirus nei computer occidentali, appartiene per il 50% al gruppo Mubadala degli Emirati Arabi Uniti, che posseggono il sistema di spionaggio telematico più potente del mondo, capace non solo di intercettare i messaggi dei nostri telefonini ma anche di scriverne al posto nostro, per influenzare le nostre relazioni e creare ‘prove’ fittizie nel caso di indagini penali. L’Italia non sta a guardare. Il milanese David Vincenzetti – finché Julien Assange non ha attaccato i suoi prodotti, considerandoli pericolosi per la pace sul pianeta – vendeva software agli eserciti di tutto il mondo per seguire passo passo persone considerate pericolose, fastidiose, antipatiche, indisponenti. E siccome uno dei Paesi acquirenti era l’Arabia Saudita – che ha usato il software per pedinare il giornalista d’opposizione Jamal Khashoggi, mandando un gruppo di killer a Istanbul per ammazzarlo – Vincenzetti ha chiuso baracca e burattini e si è trasferito ad Abu Dhabi, dove si sente più al sicuro. Probabilmente molti di voi hanno sentito nominare Cambridge Analytica, l’azienda inglese che usando (soprattutto) Facebook propinava ogni giorno miliardi di notizie false e tendenziose, contribuendo a danneggiare l’immagine pubblica dei candidati democratici al congresso o alla presidenza Usa, sostenendo Donald Trump ma anche altri 26 regimi sparsi per tutto il pianeta. Costretto a liquidare l’azienda a causa delle inchieste penali, il management di Cambridge Analytica ha fondato vicino a Londra una nuova azienda (innocente) e ha spostato tutte le attività ‘sensibili’ a Dubai e in Romania.

Esistono molti altri software che si battono sul mercato dello spionaggio: israeliani, tedeschi, americani, cinesi, russi.

Tutti tesi a organizzare quantità fantastiche di dati e documenti raccolti ogni minuto in tutto il pianeta, giacché il problema non è più come ottenere i documenti ma scegliere quelli rilevanti e organizzarli in modo che siano utili. Per questo motivo i sistemi più avanzati, invece di cercare documenti veri, ne creano di finti e li inseriscono nelle nostre banche dati, fidandosi del fatto che le polizie nazionali non siano in grado di distinguere quelli veri da quelli falsi.

In una situazione simile l’intera amministrazione della giustizia si avvia a un collasso inevitabile: a chi infatti dovremo credere?

Mentre si ragiona su questo, una fondazione creata dal Premio Nobel Stephen Hawking, nata per comunicare con le galassie, viene oggi amministrata da Marc Zuckerberg (Facebook), Pete Worden (il capo del progetto Scudo Spaziale ai tempi di Ronald Reagan) e Alisher Usmanov (un oligarca uzbeko con una lunga e discussa carriera giuridica alle spalle). Costoro, con la scusa degli alieni, mandano in orbita centinaia di satelliti grandi come droni che, ogni dieci secondi, aggiornano una mappa del pianeta terra in cui si percepiscono tutti gli spostamenti rilevanti. Alla faccia di quella pippa di 007.   di Paolo Fusi e Simone Coccia

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