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Israele, al confine con il Libano: “Ci prepariamo al peggio”

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Parla un’israeliana costretta a lasciare la sua casa al confine col Libano

Israele, al confine con il Libano: “Ci prepariamo al peggio”

Parla un’israeliana costretta a lasciare la sua casa al confine col Libano

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Israele, al confine con il Libano: “Ci prepariamo al peggio”

Parla un’israeliana costretta a lasciare la sua casa al confine col Libano

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La Farnesina ha già chiesto ai connazionali di lasciare il Libano, seguita da altri Paesi europei e dalla Turchia. I voli per Tel Aviv sono stati sospesi da Ita e Lufthansa, così come dall’americana Delta e da altre compagnie aeree, preoccupate per l’escalation nell’area. Si attende quello che è stato annunciato come un attacco imminente da parte dell’Iran, per ‘punire’ Tel Aviv per l’attentato a Teheran in cui è rimasto ucciso il leader di Hamas Ismail Haniyeh. 

Intanto, però, si è intensificato il lancio di missili anche dal Libano, dopo l’operazione israeliana a Beirut contro due esponenti di Hezbollah. È proprio qui che si concentrano i timori maggiori da parte della popolazione dello Stato ebraico, come testimonia Ruth Shein, 62 anni, evacuata da diverse settimane dal moshav di Liman, un villaggio agricolo a 3,5 km a Sud del confine con il Libano e a circa 10 km a Nord dalla nota località turistica di Nahariya. «Sono stata fatta evacuare insieme a uno dei miei tre figli, che è disabile e aveva bisogno di un sostegno. Il nostro caregiver, però, non è potuto venire con noi. Adesso viviamo in hotel» ci dice. «In questa condizione è difficile: ci manca la nostra casa, ci mancano spazi adeguati. Ma mi ritengo ancora molto fortunata: non sono come gli ebrei costretti a sfuggire all’Olocausto della Seconda guerra mondiale né come quei rifugiati che tentano la sorte a bordo di imbarcazioni di fortuna nel Mediterraneo». 

Quello che più teme, però, sono gli Hezbollah: «Le minacce iraniane non sono certo da sottovalutare, stiamo vivendo ore di paura, ma in caso di un eventuale attacco dall’Iran potremmo avere un minimo di anticipo, diciamo un paio d’ore, per metterci in salvo. Qui, per esempio, abbiamo una security room vicina all’hotel, dove poter stare fino a un cessato pericolo» prosegue Shein. «I missili di Hezbollah, invece, sono in grado di arrivare in molto meno tempo e con molta precisione. Loro sono molto più pericolosi di Hamas. Hanno maturato esperienza con la guerra con la Siria, hanno armi più sofisticate e sono in grado di raggiungere non solo il Nord di Israele, ma anche il Centro. E potenzialmente possono colpire tre quarti del Paese». 

La signora Shein è dotata di una torcia (anche se l’hotel dove vive col figlio ha un generatore) e di un cellulare con caricabatteria portatile, in caso rimanesse senza corrente per un periodo più lungo di quelli già capitati finora: «Spero non servano e continuo a credere nelle nostre Forze armate che ci proteggono. L’altro mio figlio è comandante di un’unità speciale che si trova nel Nord del Paese col compito di presidiare le nostre terre e fattorie». 

Il suo messaggio è chiaro: «Chiedo alla comunità internazionale di capire come stiamo vivendo e cosa abbiamo vissuto. Mi ritengo tutto sommato fortunata di essere ebrea, ma soprattutto ne sono orgogliosa. Siamo sempre stati perseguitati, visti come minoranza, guardati come diversi, costretti a fuggire fino a quando, con la nascita dello Stato di Israele, pensavamo di poter vivere in pace nella nostra terra. Siamo arrivati che era un deserto, oggi è un giardino. L’Iran vuole cancellarci, ha creato col tempo una cintura di milizie alleate che minaccia la nostra esistenza. Sono sincera, non vedo una soluzione imminente. Perché il problema non sono i palestinesi, ma le minacce di una comunità musulmana di fanatici. Però di una cosa sono certa: sopravviveremo, anche questa volta». 

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