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Freezati e inginocchiati

Le polemiche su DAZN hanno segnato la ripresa del campionato. Con la sua ripartenza, poi continuano le richieste ai calciatori: prendere parte o schierarsi in favore di responsabilità che esulano dall’attività sportiva.

Il calcio italiano ha una vecchia passione: definirsi un’industria. Ogni tanto qualcuno si lancia in spericolate graduatorie, nelle quali varrebbe più di interi settori economici. Prendendo per buone queste manie di grandezza, la gestione delle società dovrebbe essere come minimo oculata. Lo stato finanziario medio della nostra Serie A (per tacere dei campionati minori) è, invece, disperante. Tanto per restare in tema economico-industriale, aziende nelle condizioni di molte squadre avrebbero chiuso da tempo e stop.

Aggiungete gli effetti del Covid, quest’anno la corsa ai diritti TV è stata forsennata. Per il pallone italiano, dipendente quasi esclusivamente dagli incassi delle pay, una questione di vita o di morte. La gallina dalle uova d’oro ha assunto le sembianze di Dazn, già reduce da stagioni tutt’altro che luminose sul piano tecnico. È arrivata a battere la corazzata Sky, offrendo 840 milioni di euro e rifiutandone altri 500 dalla stessa Sky, che proponeva un accordo di cooperazione. Le aste servono a far ottenere il massimo, ma resta un obbligo del titolare dei diritti di uno spettacolo – la Lega calcio, in questo caso – verificare che il cliente finale possa godere appieno per quanto pagato.

Invece, alla prima di campionato problemi a pioggia, mentre il consumatore è ormai abituato all’affidabilità di Netflix, Apple+, Disney+, Prime Video (da quest’anno all’esordio nel calcio, anche in Italia). Dover leggere di connessioni ballerine, buffering infiniti, qualità video sotto la sufficienza e di un servizio clienti fantasma è inaccettabile.

Che razza di ‘industria’ è quella che non tutela il proprio prodotto e la propria clientela? È un’industria che arraffa il più possibile oggi per tappare i buchi di ieri e che si inventa, magari, una Superlega che dura lo spazio di una notte. Del resto, il calcio gode di speciali protezioni da sempre, grazie alla sua gigantesca risonanza mediatica. La politica corre dietro al pallone dalla notte dei tempi, felice di lisciare il pelo delle piazze. Quando salta il banco, si fa finta di non conoscere e non ricordare.

Con la ripresa del campionato, si è tornato a chiedere ai giocatori di inginocchiarsi, prima delle partite. Questa volta, in favore delle donne afghane o più in generale per sottolineare la tragedia di quel Paese. Siamo, ormai, alla genuflessione à la carte. Ieri il Black Lives Matter, oggi l’Afghanistan, domani chissà. Resta misterioso chi dovrebbe decidere quale emergenza meriti di più o di meno e perché. L’augurio è che i giocatori si ricordino di non essere gli omini del Subbuteo e si ribellino ai pupari.

di Fulvio Giuliani

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