AUTORE: Giancarlo Padovan
L’Italia sta diventando una potenza sportiva per discipline di squadra a livello continentale?
La domanda è più che legittima se, dopo la vittoria agli Europei di calcio, andiamo a raccontare quel che è successo in questa straordinaria estate alle due Nazionali di pallavolo. Sia le donne che i maschi hanno conquistato la corona europea a distanza di quindici giorni le une dagli altri.
E se la Nazionale femminile ha avuto la sua stella in Paola Egonu, 22 anni, premiata come miglior giocatrice della competizione, quella maschile ha avuto il suo trascinatore nell’allenatore pugliese Fefè De Giorgi, che ha messo in campo una squadra giovanissima (età media 24 anni, la più giovane del torneo) costruita nel silenzio più assoluto quando si stavano ancora svolgendo le Olimpiadi di Tokio.
De Giorgi, ex palleggiatore dell’Italia dei fenomeni di Velasco, non è stato bravo solo ad allestire un gruppo coeso e dunque vincente, ma anche a gestire tecnicamente titolari e riserve. Le cronache sportive sottolineano come nella finale contro la Slovenia, che aveva eliminato i padroni di casa della Polonia, abbia saputo inserire nel quarto set due seconde linee come Romanò e Ricci, rivelatisi poi decisivi.
La stella tra i ragazzi della nuova Italia è stato il diciannovenne Alessandro Michieletto, mentre miglior giocatore del torneo è stato nominato Simone Giannelli, 25 anni, palleggiatore di Perugia.
È stato un successo straordinario perché insperato e perché – al pari del titolo femminile – ha cancellato la delusione patita all’Olimpiade quando sia l’Italia maschile che quella femminile erano state eliminate ai quarti di finale. De Giorgi, nominato solo l’1 luglio, è stato straordinario anche perché, salutati i senatori (Juantorena, Zaytsev, Lanza e Piano), ha vinto subito mettendo insieme un gruppo di giovani che hanno saputo integrarsi dentro e fuori dal campo. Fondamentale, assieme a quello del tecnico, anche il lavoro di Giuliano Bergamaschi, il motivatore della squadra, che da 27 anni lavora con il ct.Detto tutto questo, probabilmente esiste una ragione filosofica e antropologica se siamo sempre più bravi negli sport di squadra.
Il calcio attuale e la pallavolo sono discipline per definizione democratiche. Nel calcio il collettivo è sempre più importante del singolo giocatore, un po’ perché di Maradona ne è esistito uno soltanto, un po’ perché tattica e fisico hanno preso il sopravvento sulla tecnica. Nella pallavolo, addirittura, è codificato che ciascun giocatore/giocatrice possa toccare la palla solo una volta e una squadra per un massimo di tre a giocata. Evidentemente la nostra natura è quella di risultare determinanti quando siamo uniti e, soprattutto, se sappiamo reprimere ogni slancio di individualismo e/o di protagonismo. Di Giancarlo PadovanLa Ragione è anche su WhatsApp. Entra nel nostro canale per non perderti nulla!
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