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L’addio più bello

Federica Pellegrini ha trovato il tempo e le parole per il perfetto gran finale.

Non poteva finire meglio. Il settimo posto nella quinta finale olimpica di una carriera semplicemente incredibile è un dato statistico che dimenticheremo subito, mentre Federica Pellegrini resta e resterà. N.1 come lei ne nascono in media ogni cinquant’anni. In termini agonistici, è persino troppo facile sottolinearlo. È opportuno, piuttosto, concentrarsi sull’impatto generato in vent’anni di carriera.

Parliamo del primo personaggio realmente globale espresso dal nuoto azzurro, capace di varcare i confini della propria disciplina, del nostro Paese e soprattutto quelle barriere invisibili ma solidissime fra opinione pubblica, immaginario collettivo e sport diversi dal calcio. Federica Pellegrini amata, discussa, antipatica ad alcuni, inseguita dal pettegolezzo, personaggio televisivo, influencer e potremmo continuare. Più di ogni altra cosa, ai vertici mondiali da sempre. Reggere ai massimi livelli per due decadi, sopportare una pressione inaudita e continua – senza eguali prima di lei e chissà per quanti anni a venire – lascia senza fiato.

L’addio di ieri sembra uscito da una sceneggiatura hollywoodiana, di quelle più mature, in cui lhappy ending non è nell’ennesimo trionfo da aggiungere a una serie senza pari ma il traguardo della piena consapevolezza. Di sé, di ciò che si è rappresentato per gli altri, della propria legacy. Un concetto anglosassone di profondo valore e con qualche venatura di romanticismo: non una semplice, per quanto straordinaria eredità. Qualcosa in più, il segno lasciato intorno, i semi di un futuro degno del suo nome e della sua incredibile carriera.

Federica Pellegrini si è dimostrata realmente La Divina quando ha saputo parlare – nel momento dell’addio in cui sarebbe stato facile e giustificato concentrarsi solo su sé stessa – di ciò che ci sarà dopo di lei: le ragazze, ma anche le bambine di oggi, chiamate a raccogliere il testimone. A mantenere il tricolore in vasca lì dove l’ha portato per cinque cicli olimpici, mostruoso anche da pensare.

Bene sottolineare che non stiamo parlando di un personaggio alla ricerca dell’applauso facile e della simpatia a tutti costi. Federica Pellegrini ha spesso raccontato di sé anche la dimensione più difficile, un carattere tosto e spigoloso. Mica facile rapportarsi a una fuoriclasse esigente sino all’estremo. Sempre, però, intellettualmente onesta. A Tokyo sapeva di valere la finale e non di più. Il modo in cui ha gestito quest’ultima Olimpiade e le aspettative nei suoi confronti sono un manuale da regalare a chi verrà.

Da oggi è più libera e potrà decidere cosa fare della sua nuova vita. Un indizio ce l’ha dato ufficializzando a caldo, appena uscita dalla sua ultima vasca olimpica, la relazione sentimentale con l’allenatore Matteo Giunta. L’uomo chiamato all’impresa semi-impossibile di sostituire nella testa di Federica Alberto Castagnetti, un maestro prim’ancora che un coach. Una vicenda esclusivamente privata che, gestita male, avrebbe potuto lasciarla in balia di una stampa scandalistica che fa danni anche in Italia, per quanto facciamo finta sia una faccenda di altri Paesi. La cattiveria gratuita c’è, eccome, e la Pellegrini l’ha abbondantemente sperimentata in passato.

Il suggello più prezioso al suo amore l’ha dato sottolineando come senza questa relazione la sua carriera agonistica sarebbe finita già da un po’. Altro che gossip, questa è un’idea dello sport e della realizzazione ben oltre le medaglie e i titoli vinti. È la donna che riconosce la fuoriclasse e la lascia finalmente andare, ora che non c’è più nulla da vincere ma una vita da vivere.

 

Di Fulvio Giuliani

 

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