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Godard, fino all’ultimo respiro

Non è facile comprendere la figura di Godard, maestro della Nouvelle Vague spentosi all’età di 91 anni, che utilizzava la macchina da presa come un’arma contro il capitalismo.

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Jean-Luc Godard era per me uno sconosciuto quando nove anni fa, a 22 anni, decisi di partire da sola per l’Erasmus, a Lille, cittadina francese al confine con il Belgio. Lo era anche il cinema, intendo il cinema di un tempo ‘impegnato’ e didascalico e ammetto, con una certa vergogna, che non conoscevo neanche il nostro maestro connazionale Antonioni, presente nel programma d’esame “Historie du cinèma” che mi apprestavo a seguire.

Con Godard non fu amore a prima vista. Detestavo dover guardare i suoi film come si guardano formule matematiche: devi saperle decifrare, altrimenti è tutto inutile. Mi domandavo, abituata com’ero ad una fruizione disimpegnata, cosa ci fosse di bello nel vedere una pellicola così lenta, lunga, priva di colori, a tratti indecifrabile. I personaggi si muovevano come in una bolla, le parole erano poche e importanti, le pause…lunghissime.

Anna Karina, la musa di Godard, era la regina delle sue pellicole più significative e con quei suoi occhi enormi riusciva a catturare magneticamente l’attenzione e ad inorgoglire, ne sono certa, il suo maestro regista.

Mentre riflettevo, lezione dopo lezione, su questa e tante altre cose, mi resi conto che mi innamorai del punto di vista di Godard.  Non perché lo trovavo giusto, ma perché iniziai a comprenderlo. Gli artisti, i veri artisti, fingiamo di capirli e apprezzarli: in realtà entriamo solo in contatto con loro e ne apprezziamo la potenza creativa.

I miei colleghi francesi avevano la ‘fortuna’ di non dover decifrare i dialoghi, come toccava a me, ma eravamo tutti nella stessa posizione di meraviglia e riverenza. La docente era riuscita nell’intento, farci entrare in quella mente dura e spigolosa che era Godard: un rampollo di famiglia borghese che rinnegava i suoi privilegi. Un regista convinto che il cinema diventa potente solo se ha qualcosa da dire, qualcosa a cui ribellarsi, qualcosa da lasciarti, meglio se amarezza e senso di partecipazione.

Sembrava contrario a tutto: alle nuove forme di comunicazione, alla modernità, alla pubblicità, ai divisimi. Un regista contro, favorevole solo alle sue idee che portava avanti senza rimorsi. Era faticoso, comprendere Godard. Richiedeva una conoscenza profonda di quel sentimento sessantottino che noi, della nuova generazione, guardiamo con entusiasmo e anche un po’ d’invidia, perché a ribellarci non siamo bravi più.

I francesi lo amavano ed osannavano, ma lui più di una volta sabotò quella macchina infernale che era diventato, per lui, il cinema moderno. Alla 21esima edizione del Festival di Cannes del 1968 guidò la ribellione del ‘maggio francese’, insieme ad altri cineasti come François Truffaut, Claude Lelouche e Claude Berry, al grido di: “Ieri a Parigi filmavamo i volti insanguinati degli studenti, e voi qui continuate con le vostre critiche meschine su opere imbecilli”. Monica Vitti, membro della giuria assieme a Louis Malle e Roman Polanski, si dimise in solidarietà con i contestatori. Il festival si interruppe anticipatamente, senza premi, a cinque giorni dalla chiusura.

Non riservò un atteggiamento diverso a Cannes nel 2018 non presentandosi al festival nonostante fosse in concorso con la sua ultima opera ‘Le livre d’image’ – ‘Il libro dell’immagine’-, all’età di 87 anni.

Sempre fedele a sé stesso, fino all’ultimo respiro, devo a lui il mio acerbo amore per il cinema e la sua capacità di raccontare le cose, anche quelle più disturbanti, che non vogliamo ascoltare.

di Raffaela Mercurio

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